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Lo specchio del trenta aprile

 

Sul calendario di una legislatura iniziata quattro anni fa senza una maggioranza politica vera e propria e che si appresta a concludersi, fra un anno, ancora senza una maggioranza omogenea, è segnata da qualche giorno la data del 30 aprile, che potrebbe segnare il colpo d’avvio di una nuova stagione della Repubblica o la fine ingloriosa di quella che da tempo sta agonizzando. Il 30 aprile è l’appuntamento delle elezioni primarie del Partito democratico, che è stato finora il cardine della governabilità. Si sfideranno Matteo Renzi, segretario dimissionario e già presidente del Consiglio, Andrea Orlando, ministro della Giustizia, Michele Emiliano, magistrato fuori ruolo ma ancora in carriera, presidente della Regione Puglia. Primarie “aperte”, come nella tradizione del Pd, il che vuol dire che potranno votare non solo gli iscritti ma anche i simpatizzanti, gli elettori, insomma chiunque lo vorrà, previo il versamento di una modesta somma e una generica e incontrollabile adesione ai principi del partito che sceglie il proprio segretario. Ma perché diciamo che l’appuntamento trascende e di molto la posta in gioco? Perché da quel che succederà il 30 aprile dipenderà la capacità del Partito democratico di continuare ad essere anche nella XVIII legislatura, e a scorno di chi lo dà per spacciato, il perno delle alleanze e quindi l’asse portante della governabilità e la garanzia della credibilità dell’Italia nel contesto europeo e internazionale. Il 30 aprile è una data che parla agli iscritti del Pd ma anche a tutti gli elettori di centrosinistra; è come uno specchio che rimanda due immagini complementari: se l’affluenza ai gazebo sarà ampia, vorrà dire che non solo gli iscritti ma anche gli elettori e i simpatizzanti di centrosinistra si saranno riconosciuti ancora nel partito che li ha rappresentati negli scorsi dieci anni. Qualche raffronto è utile: nel 2007 (fondazione del Pd, elezione di Veltroni alla segreteria) l’affluenza alle primarie superò i tre milioni e mezzo di elettori; nel 2009 (Bersani eletto segretario) si presentarono tre milioni e centomila cittadini; nel 2013 (l’anno di Renzi) ai gazebo andarono in due milioni e 800 mila. Dunque, se anche questa volta il trend in discesa dovesse essere confermato (o magari accentuato), vorrà dire che il 30 aprile 2017 sarà ricordato come una tappa decisiva del progressivo declino del Partito democratico, e molti elettori di centrosinistra si troveranno orfani: è successo in Olanda l’altro giorno, e potrebbe ripetersi su più larga scala in Francia alle imminenti presidenziali dove il Partito socialista non ha un candidato credibile. Se invece l’affluenza sarà alta vorrà dire che il Pd ha ancora una chance e che molto dipenderà da chi avrà il compito di guidarlo. Eveniamo dunque alla seconda immagine riflessa nello specchio delle primarie, quella del segretario che verrà eletto. L’attenzione con cui la stampa italiana ma anche il variegato mondo di opinione attento alle vicende della politica (a prescindere dagli orientamenti personali) ha seguito la tre giorni del Lingotto in cui Matteo Renzi ha presentato la sua candidatura, dimostra che è ancora lui l’uomo da battere, pur indebolito dal risultato referendario e ammaccato dalle inchieste giudiziarie che hanno lambito la cerchia dei suoi collaboratori. A Torino, Matteo Renzi ha parlato come se fosse ancora lui il segretario del Pd; e inconsapevolmente tutti gli osservatori presenti alla kermesse hanno confermato questa apparenza, ribadita successivamente dall’accanimento con cui i suoi avversari interni ed esterni si sono scagliati contro di lui (vedi gli interventi nel dibattito al Senato sulla fiducia al ministro Lotti). Allora, il secondo numero da valutare il 30 aprile, dopo quello dell’affluenza ai gazebo sarà quello dei voti per Matteo Renzi; se non dovesse raggiungere il 50% dei consensi, la sua stella si potrà considerare al tramonto, e non solo perché a quel punto l’elezione del segretario sarebbe rinviata all’Assemblea nazionale dove tutti i giochi sarebbero aperti, ma perché gli mancherebbe comunque l’investitura popolare. E tornerebbero a sperare gli scissionisti di D’Alema e Bersani, che finora non hanno raccolto gran messe di consensi e che si stanno disperdendo in manovre parlamentari di corto respiro e qualche volta imbarazzanti.
edito dal Quotidiano del Sud

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