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Chi sporca l’acqua irpina

 

Quando la buonanima di Fiorentino Sullo, tra i pochi veri statisti della nostra terra, volle l’Alto Calore, non avrebbe mai immaginato che la risorsa da lui pensata come condizione per lo sviluppo della nostra provincia potesse diventare, nel tempo, un immorale carrozzone gestito da una mediocre classe politica clientelare e affaristica. Rileggendo gli atti della costituzione del Consorzio (questa fu la formula giuridica dell’ente) si evince lo scopo sociale dell’impresa e i benefici economici che ne potevano derivare. Tutto questo è stato cancellato nel corso di alcuni decenni per una politica avventuristica, scellerata e nepotistica. Così l’Alto Calore (diventato azienda) è risultato essere la madre di tutti gli scandali, fino ad indebitarsi oltre ogni possibile previsione. Raddoppio delle società, consulenze d’oro pagate ad amici degli amici, tangenti per gli appalti per l’ammodernamento delle reti, non riscossione dei crediti accumulatisi nel tempo per fornitura della risorsa, assunzioni a dismisura, in particolare nelle vigilie delle campagne elettorali, hanno accompagnato una allegra gestione che ebbe un barlume di luce solo nel 2003 allorché si registrò un modesto attivo. Si è fatto di tutto e di più: fino ad arrivare alla concorrenza sleale vendendo l’acqua pubblica a privati, favorendo un’immonda speculazione. Oggi si può dire che questa allegra gestione a tutto ha pensato fuorché al suo compito istituzionale: rendere operative le reti idriche, considerato che per la loro fatiscenza la risorsa incanalata si disperde intorno al quaranta per cento. Certo, alla consistenza del debito dell’Alto Calore (circa 116 milioni di euro) corrisponde un credito che risulterebbe pari a circa novanta milioni di euro, oltre ad un ingente patrimonio costituito da immobili, reti e condotte ed eccellenti professionalità. Il debito effettivo, si aggira, quindi, intorno ai circa trenta milioni di euro, e fa carico in percentuale sui singoli Comuni associati. Rispetto a questa situazione, e per effetto di una recente legge regionale che definisce i criteri per la gestione del ciclo integrato delle acque, è sorta la necessità, ai fini di partecipare al bando europeo per la gestione della risorsa, di reperire i fondi necessari per ripianare il debito. I modi per farlo non sono pochi. Si potrebbe pensare, ad esempio, ad un piano di ammortamento di lungo tempo e con le dovute garanzie; o ad investire parte del proprio e considerevole patrimonio; o, ancora molto più semplicemente, riportando la gestione ad una correttezza contabile, trasparente e nel pieno della legalità. Io penso che queste indicazioni, che sono quelle che darebbe un buon padre di famiglia, potrebbero consentire di superare la crisi. E, invece, c’ è chi pensa oggi di svendere questo enorme patrimonio della nostra provincia ad una società sannita, la Ge.se.sa, che gestisce le reti idriche in pochi Comuni del Beneventano (13 in tutto rispetto ai 125 gestiti dall’Alto Calore). Società, peraltro, che non si occupa né della captazione delle acque, né del servizio di depurazione. E, inoltre, è giunta al capolinea per naturale scadenza. La Ge.se.sa agisce per conto della romana Acea, controllata dal gruppo Caltagirone, editore anche del quotidiano Il Mattino di Napoli, e imparentato con quel Pierferdinando Casini, già numero uno dell’Udc. Come è mai possibile che questa fusione possa avvenire? E, soprattutto, chi tira le fila perché questa operazione vada in porto? Già la politica. *** Un minimo di riflessione sul passato non guasta. Non per esigenza di campanilismo, ma per effettiva realtà, la provincia irpina è stata sempre un riferimento politico di qualità, rispetto al Sannio e al Salernitano che, un tempo, disegnavano il collegio elettorale. Qui, partendo da questa provincia, i cosiddetti magnifici sette avevano scalato il potere nazionale, occupando nel Paese prestigiosi incarichi. A guidare il progetto, scientificamente di potere (l’Irpinia ne ha tratto ben poco, esclusa la vicenda del terremoto), era stato Ciriaco De Mita. Lo stesso che aveva poi decretato la fine della solidarietà del gruppo. Gli scontri tra il leader di Nusco e gli altri ex parlamentari e ministri, è raccontato dalle cronache dei tempi. Sarebbe qui lungo entrare nel merito del dissenso, certo è che dissoltasi quella solidarietà, anche per scelte familistiche, l’Irpinia non è più stata riferimento politico, limitandosi a gestire clientele e malapolitica. Così sulle macerie prodotte nel tempo, annientando chiunque si proponesse come classe dirigente, sono, nel tempo, nati Vincenzo De Luca a Salerno e Umberto Del Basso De Caro a Benevento. Oggi sono loro i riferimenti politici nella Regione (De Luca) e nel Governo (De Caro). Quest’ultimo, ex craxiano, socialista, prima fedelissimo di Enrico Letta, ed ora riferimento di Renzi in Irpinia (supportato dal presidente dell’Alto Calore, Raffaele De Stefano) è tra i maggiori presenzialisti per convegni e tagli di nastri. Mi rendo conto che un processo così complesso andrebbe spiegato meglio, ma sono convinto che la necessità di sintesi possa rendere l’idea. E rieccoci all’Alto Calore e alle vicende che scandiscono i giorni di una delle più inquietanti lotte politiche degli ultimi anni. Lo scontro in atto, tra chi vuole la fusione tra la società sannita e l’ente irpino, nasconde non poche insidie. Si tratta, comunque, del tentativo di sporcare l’acqua. Perchè, ci si chiede, far diventare l’Alto Calore preda della Ge.Se.sa.? Qualcuno comincia a non vederci chiaro. E disegna future strategie di occupazione parlamentare. Si leggerebbe, infatti, secondo costoro, la divisione del territorio tra Sannio ed Irpinia con due seggi elettorali, uno dei quali per la riconferma del sottosegretario De Caro (Ariano- Benevento, con grande dispiacere per i Zecchino e Gambacorta) e l’altro potrebbe impegnare, con alleanze spurie che si vanno già formando, l’attuale presidente del Consiglio regionale, Rosetta D’Amelio. Non mancherebbe un premio fedeltà per chi condurrebbe in porto questa strategia. Ma già ci sono lamenti, tanto che in questo primo caso si denuncia un’azione di terrorismo psicologico nei confronti dei sindaci. Ai quali viene raccontato che ove mai l’Alto Calore non dovesse ripianare il proprio debito, sarebbero essi stessi a dovervi provvedere, semmai rischiando il dissesto di bilancio comunale. Per narrare questo, infatti, sono state indette delle riunioni degli amministratori locali, in più sedute, al fine di acquisire il consenso per la fusione. Qualche amministratore ha sollevato dei dubbi, e pur partecipando alle riunioni, si è chiesto a quale titolo l’Alto Calore e la società sannita pretenderebbero delle decisioni che per statuto sono frutto esclusivo dell’Assemblea dei sindaci che si dovrà svolgere prossimamente. Questo accade per quanto riguarda coloro che spingono per la fusione tra i due enti. C’ è, invece, e dal dibattito in corso emerge con grande puntualità, chi si contrappone alla fusione irpino- sannita, ritenendo che ci sono ancora possibilità concrete per far rivivere nella sua autonomia l’Alto Calore. Naturalmente il dato affettivo e sentimentale si coniuga anche con la volontà di un gruppuscolo di affaristi che vorrebbero gestire ancora, come nel passato, il carrozzone di via Roma, distribuendo consulenze, continuando nelle assunzioni, chiudendo gli occhi verso quei grandi consumatori di risorsa idrica che non hanno mai corrisposto un solo euro. Costoro si intrufolano tra chi lancia la sfida per salvare l’ente irpino, facendo una battaglia ideale, di grande responsabilità, per non depauperare il patrimonio delle sorgenti irpine. Il tentativo è più che evidente. Se l’Alto Calore è stato per il passato la madre di tutti gli scandali e gli affari, perché rinunciarci oggi che la politica ha solo piccoli presidi per mortificare il merito? Come si vede lo scontro è durissimo, e di nobiltà non c’è neanche uno straccio. Ciascuno vuole usare l’acqua per galleggiare. Spetta ai sindaci, i veri gestori del territorio, nella loro autonomia, senza farsi condizionare da padrini e padroni, indicare la scelta più giusta. Essi sono quel fitto reticolo della democrazia partecipativa che può scegliere ed agire per il bene della propria terra. Sì, di questa terra che il Padreterno ci ha consegnato con una grande risorsa: l’acqua. Ma l’insipienza di una ottusa classe dirigente ha fatto sì che una volta questa risorsa ci è stata scippata dai pugliesi, con il regalo di Berlusconi a Fitto e le quote del Ministero del Tesoro all’Acquedoto pugliese ed ora si tenta l’ennesimo scippo per renderci ancora più poveri. Che vergogna.

edito dal Quotidiano del Sud

di Gianni Festa

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