Mercoledì, 26 Agosto 2026
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Ho fatto un sogno. Ero appena uscito da casa quando decine di auto delle forze dell’ordine, a sirene spiegate, si dirigevano velocemente in piazza Aldo Moro, sede del Tribunale. “Finalmente”,  si levava da un gruppo di cittadini un grido forte di contentezza: “li hanno presi. Hanno sgominato i comitati di affari che per decenni hanno devastato la città, creando un clima di soggezione di paura per effetto di una impunità reiterata”.

Mentre assistevo alla scena e cominciavo a notare i volti degli uomini in manette, scorgevo nel sogno, con grande meraviglia, un tale che  comprava e vendeva stupefacenti, seguito da un altro tizio a cui avevano scoperto in casa, dietro un vecchio armadio, un baule ricolmo di monete, tra euro nuovi di zecca di taglio medio insieme ad una valanga di monete, il tutto ricavato da usura. Un colletto bianco che commerciava in prestiti ai bisognosi  con  introiti esagerati. Si apre un altro sportello di un’auto delle forze dell’ordine  e da lontano vedo scendere un funzionario del Comune capoluogo che, secondo le indagini, aveva abusato nel suo compito di ufficio, rilasciando licenze edilizie con volumetrie esagerate.

Oddio, esclamavo sempre nel sogno, ecco perché costui è proprietario di molti appartamenti, ricevuti per grazia concessa. Costui aveva gli occhi sbarrati, sembrava impaurito, timoroso a giusta ragione per i misfatti compiuti. Intanto il piazzale del tribunale  cominciava ad affollarsi sempre di più.
E, sempre nel sogno, un piccolo artigiano  incrociando lo sguardo di un suo lontano conoscente, in odore di camorra, si chiedeva se il cemento acquistato per la sua piccola impresa avesse tutte le qualità e il peso nelle betoniere  secondo regole. Vai a vedere- diceva l’anonimo curioso.- che hanno scoperto l’imbroglio.  Dicono che tra il fatturato e il consumo era stata scoperta una enorme anomalia.

No, questo è niente,  affermava un altro suo avventore richiamato dal movimento che si stava consumando. Costui ricordava  che il prigioniero aveva posto le mani sulla città,  corrompendo tutto e tutti fino a sentirsi garante degli illeciti. L’uomo in manette era ben noto per i suoi rapporti con la camorra per la quale prendeva percentuali sugli affari che procurava illecitamente.

I lampeggianti  delle auto  continuavano a proiettare la luce colorata sui volti diventati bleu di quanti, fino a poco prima si ritenevano padroni di tutto e ora scoprivano che la loro impunità era giunta al “redde rationem”.
Il palazzo della prefettura d’improvviso si era illuminato. Negli uffici le persone si rincorrevano da una parte all’altra per le antiche scale  che, nel sogno, sembravano  lucide tanto da emanare un riflesso  nell’ampio cortile del palazzo del governo.  Una voce ignota tentava di prendersi il merito non proprio suo.

Ora i cittadini, quando tutti gli ospiti delle patrie galere avevano lasciato il posto dalle auto delle forze dell’ordine battevano le mani  e sui loro volti era stampato  il senso della soddisfazione per la grande retata che restituiva dignità alla città, ai suoi figli onesti, a coloro che erano stati truffati  dai non signori ora in manette.
Io stesso provavo nel sogno un senso di giustizia fatta.  D’improvviso  l’insistente trillio della sveglia comincia a tormentarmi.  Nel sonno allungo la mano e mi libero da quel fastidioso rumore. Ad occhi aperti resto basito. Sembrava che Il sogno che avevo fatto era solo la ricostruzione di un desiderio impossibile.  Cioè la legalità aveva avuto la sua giusta vendetta.
Peccato, dicevo tra me, era solo un sogno.

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Gianni Festa

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