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C’era una volta un anno. Paolo Foti, sindaco di Avellino, l’aveva vissuto sulla brace. Tra crisi e rimpasti. Prigioniero di un Pd senza storia, ma con tanti litigi. La città era allo sbando. Cantieri aperti e mai conclusi, strade dissestate, commercianti in rivolta. E lui? Faceva spallucce. Per tutto l’anno si era rinchiuso nel palazzo. Aveva finanche dimenticato l’esistenza dei quartieri cittadini che con il trascorrere del tempo si erano trasformati in veri e propri ghetti. Eppure la sua notevole capacità di resistenza era uno dei suoi pregi. Lo sorreggeva una straordinaria capacità di promettere. Certo, non gliene andava bene una. Pensate: era riuscito finanche a non far svolgere il mercato settimanale alla vigilia della fine dell’anno. Quando dalla provincia e dalla città le persone erano solite recarsi a fare spesa in preparazione del cenone. Lui, Foti, nel rispetto dell’austerità, aveva deciso che in quel giorno bisognava asfaltare la piazza e quindi niente mercato. Ma il primo cittadino non vedeva l’ora di concludere un anno così difficile per lui, immaginando che quello che sarebbe venuto non poteva certamente essere peggiore di quello vissuto. C’era una volta un anno. Carmine De Blasio, segretario provinciale del Pd, il partito che aveva ottenuto maggiori consensi in Irpinia, si era seduto sulla brace. E per quanto le fiamme fossero ardenti non si curava affatto delle dolorose conseguenze. Fermo, immobile, bersagliato quasi da tutti era riuscito a vincere una incredibile prova di resistenza. Neanche una sfiducia al cinquanta per cento era riuscita a rimuoverlo dalla poltrona. Gli avevano preparato anche la nomina del successore: Gianluca Festa, di professione disoccupato, ma con capacità di farsi stampare manifesti giganti per propagandare la sua immagine. Pur di scalzare De Blasio, Rosetta D’Amelio e Luigi Famiglietti avevano organizzato la trappola. A Festa facciamo credere che lo proporremo come futuro sindaco della città. Non c’è mai fine all’osceno, aveva sentenziato un cittadino noto per il suo rigore e la sua onestà. C’era una volta un anno. Sabino Basso, presidente degli industriali, si era talmente affezionato al tavolo dello sviluppo che non riusciva più a sorbire un caffè senza essere seduto intorno a quel tavolo dai piedi traballanti. Si era fatto il suo addetto stampa ufficiale in segreto che ad ogni piè sospinto comunicava trionfalmente anche quando il nostro si dilettava nel partecipare alle maratone. Quasi mai da solo. Al suo fianco si era schierato il segretario della Cisl, Mario Melchionna. Per lui lo sviluppo era solo un’occasione per incontrarsi, sorbire un té e scappare via, evitando i forestali che gliele avrebbero voluto dare di santa ragione. Intorno a quel tavolo, con Basso, c’era anche Petruzziello della Cgil. Netto, chiaro e deciso aveva dato fiato alle trombe suonando il piffero dello scontento: “Qui perdiamo solo tempo” aveva tuonato il segretario rosso avviato verso il pensionamento, sotto braccio ad un immigrato che continuava a ringraziarlo per le battaglie fatte contro razzismo e discriminazione. Domenico Gambacorta, detto Mimmo, era stato graziato, lui esponente del centrodestra, dai litigi del Pd, diventando presidente della Provincia, sconfiggendo il sindaco del capoluogo Paolo Foti. Non gli sembrava vero di poter ricoprire quell’incarico, giunto come manna dal cielo. Da sindaco di Ariano, la seconda città dell’Irpinia, figlio politico di Ortensio Zecchino, che gli aveva assicurato il futuro alla Biogem aveva pensato di scalare la Regione. Ma Cosimo Sibilia gli aveva sbarrato la strada. I sogni sono desideri e il nostro con il petto rigonfio, non rassegnato vorrebbe puntare ad un seggio al Parlamento, guardando ai vicini sanniti. Difficile, visto che i poli formativi da lui voluti per alimentare il consenso ad Ariano, avevano creato non poco scontento in altre zone della provincia. C’era una volta un anno. Don Sergio Melillo, vicario della diocesi di Avellino, fine intellettuale e schierato dalla parte degli ultimi, aveva ricevuto, per indubbi meriti, da Papa Francesco la nomina a Vescovo di Ariano Irpino. Subito aveva caratterizzato il segno della sua presenza, viaggiando tra le parrocchie, dando alle sue omelie un carattere straordinariamente popolare e dentro le cose. Con la sua nomina e con la sua notevole esperienza maturata al fianco di Francesco Marino e ai suoi predecessori, l’Irpinia poteva vantare un primato nella lotta contro la povertà. Don Sergio, infatti, da animatore della Caritas e vicino alla mensa don Tonino Bello non aveva mai fatto mancare il suo sostegno e la sua passione civile. Da autentico religioso. C’era una volta un anno. Enzo De Luca, ex senatore di Avellino, aveva vinto la sua guerra personale, ma era rimasto sulla graticola politica. Lui che aveva retto il Pd in Irpinia, che aveva vinto le primarie con un successo straordinario, che, sbagliando i calcoli, aveva ceduto il passo alle elezioni politiche a Famiglietti e Paris, restando appiedato, ricascava nell’errore perdendo anche la conquista di un seggio regionale. Aveva fatto troppo affidamento su chi gli avrebbe dovuto dare una mano, a cominciare dal sindaco della città per finire al presidente dell’Alto Calore e allo stesso segretario del Pd. E ora si aggirava nelle stanze della sua segreteria gridando: la gratitudine non è di questa terra. Di più. Aveva sperato che dopo aver servito il partito con grande sacrificio almeno i vertici nazionali si sarebbero accorti del suo impegno per l’ambiente e l’uso delle cave. Era rimasto talmente deluso che poco mancava che strappasse la tessera del partito. C’era una volta un anno. Rosario Cantelmo, Procuratore capo della Repubblica di Avellino, aveva dato da subito alla sua azione la linea del rigore e della trasparenza. Si era fatto portare sulla propria scrivania i fascicoli della ricostruzione urbanistica della città, aveva ispezionato di persona quel lager dell’Isochimica, fonte di veleni per un intero quartiere, girando per le scuole aveva lanciato l’allarme per l’infiltrazione dei poteri malavitosi nelle istituzioni. Non si capacitava come sul torrente San Francesco potessero essere state realizzate costruzioni in odore di abusivismo. Ma ai sequestri ordinati spesso seguivano annullamenti il che lasciava perplessi anche chi lo aveva indicato come punto di riferimento della giustizia vera. Aveva organizzato un pool di magistrati di tutto rispetto, ma anche Cantelmo aveva dovuto fare i conti con l’indifferenza della comunità, senza che mai cedere alla rassegnazione. C’era una volta un anno. Ciriaco De Mita si era rinchiuso nella sua villa sul Colle dedicandosi a stilare la lista di chi aveva ancora un pensiero attivo e chi, invece, non l’aveva mai avuto. L’elenco cominciava e si concludeva con un solo nome, il suo. Durante l’anno, però, aveva riscoperto il desiderio di dedicarsi alla comunità facendosi eleggere prima sindaco di Nusco, poi alla guida del progetto pilota, infine come riferimento della scuola politica dell’ università Suor Orsola Benincasa. Non solo. Ogni nomina, anche quelle minime, doveva passare al suo vaglio e quando avvertiva puzza di bruciato tirava fuori gli artigli e graffiava pesantemente. Foglia ne sapeva qualcosa. Ma anche Dino Preziosi e poi tanti altri che gli avevano fatto, a suo avviso, uno sgarbo. Non il governatore della Campania, De Luca, che però già si preparava a digerire amaro il patto di Marano. C’era una volta un anno………. A tutti Buon 2016

edito dal Quotidiano del Sud

di Gianni Festa

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