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Sanità irpina, la cura mancata: tra disservizi cronici e resistenza quotidiana

di Stefano Carluccio

La sanità pubblica in Irpinia attraversa una fase critica e strutturale, segnata da disservizi persistenti, carenze croniche di personale e una progressiva riduzione dell’offerta sanitaria nei territori periferici. In un’area caratterizzata da una popolazione anziana, una rete infrastrutturale debole e una distribuzione demografica dispersa, il sistema sanitario locale sembra non essere più in grado di garantire un accesso equo e continuativo ai servizi essenziali. Il disagio, diffuso e profondo, si manifesta in ogni anello della catena: dagli ospedali alle strutture territoriali, fino alla medicina di base.

I principali ospedali della provincia, come quelli di Sant’Angelo dei Lombardi e Ariano Irpino, operano in condizioni di evidente difficoltà. Reparti ridotti, turni non coperti, carenze di medici specialisti e infrastrutture datate compromettono la capacità di risposta alle esigenze della popolazione. Le chiusure temporanee di alcuni servizi, soprattutto nei fine settimana o durante i periodi estivi, sono ormai all’ordine del giorno. L’organizzazione interna, pur mantenendo standard professionali dignitosi, non riesce a compensare l’assenza di un piano efficace di rilancio e potenziamento.

A rendere ancora più complessa la situazione è il progressivo svuotamento del personale sanitario. Negli ultimi anni si è assistito a un costante calo del numero di medici, infermieri e tecnici, spesso attratti da condizioni contrattuali migliori in altre province o regioni. Le assunzioni avvengono in modo frammentato e con contratti poco competitivi, rendendo difficile la fidelizzazione dei professionisti. Inoltre, la difficoltà di attrarre giovani medici in territori considerati “disagiati” dal punto di vista logistico e professionale aggrava il problema, lasciando scoperte figure chiave in ambito emergenziale, specialistico e diagnostico.

La medicina territoriale, che dovrebbe rappresentare il primo livello di risposta sanitaria, appare altrettanto in sofferenza. I medici di base sono sempre meno, con ambiti di competenza che spesso comprendono più comuni e un numero di assistiti non sostenibile. La presenza di pediatri, geriatri e specialisti ambulatoriali è spesso limitata o assente, soprattutto nei centri più piccoli e nei comuni montani. Il risultato è un accesso alla diagnosi e alla prevenzione sempre più disomogeneo, con tempi di attesa che si dilatano e pazienti costretti a spostarsi altrove.

In questo contesto, le liste d’attesa per visite specialistiche e diagnostica strumentale si allungano progressivamente. Anche per esami di routine o controlli necessari per patologie croniche, i tempi previsti spesso superano i limiti considerati accettabili. L’alternativa, per chi può permetterselo, è ricorrere a strutture private o a cliniche situate fuori provincia. Questa mobilità sanitaria, che da scelta diventa necessità, rappresenta un costo aggiuntivo per le famiglie e un segnale evidente della perdita di fiducia nel sistema sanitario pubblico locale.

L’Irpinia è una delle province con l’età media più alta del Mezzogiorno. La presenza significativa di popolazione anziana rende indispensabile un sistema sanitario capillare, in grado di rispondere con continuità alle esigenze di assistenza domiciliare, riabilitazione, gestione della cronicità e accompagnamento nelle fasi più delicate della vita. Tuttavia, il ritardo nell’attuazione della riforma della sanità territoriale – prevista anche dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – sta lasciando scoperti proprio i bisogni più urgenti.

Le strutture previste dal PNRR, come le Case di Comunità e gli Ospedali di Comunità, sono nella maggior parte dei casi ancora ferme ai progetti preliminari o ai cantieri. La rete di assistenza intermedia, che dovrebbe ridurre il carico sugli ospedali e garantire prossimità delle cure, non è ancora operativa in modo concreto. Questa situazione espone i territori interni al rischio di una vera e propria marginalizzazione sanitaria, in cui i diritti fondamentali diventano subordinati alla posizione geografica e alla capacità di mobilità.

Le istituzioni regionali hanno annunciato più volte interventi strutturali, piani di assunzione e riallocazione delle risorse. Tuttavia, a livello locale la percezione è ancora di attesa e incertezza. La mancanza di un cronoprogramma chiaro per il potenziamento dei servizi e l’assenza di strumenti efficaci di monitoraggio rendono difficile valutare l’effettiva portata delle iniziative messe in campo. La frammentazione delle competenze e l’eccessiva burocratizzazione delle procedure rallentano ogni processo di riforma.

La sanità irpina è oggi un sistema in equilibrio precario, sostenuto in gran parte dalla professionalità e dall’abnegazione di chi vi opera. Tuttavia, la tenuta di questo equilibrio non può essere garantita nel lungo periodo se non si interviene in modo strutturale. È necessario un cambio di paradigma che metta davvero al centro il territorio, investendo non solo in infrastrutture, ma anche – e soprattutto – in capitale umano, formazione e governance.

Il rischio, concreto e imminente, è che l’Irpinia diventi una “zona grigia” della sanità nazionale, dove i cittadini vedono compromesso il loro diritto all’assistenza pubblica. In un contesto nazionale che si muove verso forme di autonomia regionale differenziata, le aree interne del Sud potrebbero pagare il prezzo più alto, ampliando le disuguaglianze già esistenti. Garantire una sanità equa, efficiente e universale in Irpinia non è una battaglia locale, ma una questione nazionale. Perché il diritto alla salute deve valere ovunque, indipendentemente dal codice di avviamento postale.

 

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