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Il reddito di poetanza e la parole eccentriche

di Virgilio Iandiorio

In passato per parlare chiaro si ricorreva a sotterfugi, E così si parlava per allusioni. Carlo Celano, letterato napoletano del XVII secolo (1625-1693), in un suo scritto non potendo apertamente criticare i poeti del suo tempo e le relative opere loro, preconizzava “un reddito di poetanza”, se così posso definirlo oggi, perché qualcosa di simile all’ odierno reddito di cittadinanza :

” Tutti gli Eccellentissimi Signori Poeti s’unirono negl’Orti delle Serenissime Muse, e stabilirono di formare un Monte [banca] di Versi per sovvenire i Poeti, e le Poetesse, che per la povertà stavano in rischio di commettere qualche scandalosa attione; l’espediente altro non potria essere, che formare un Monte Pio di Versi, dal quale si deggiano soccorrere tutti i Poeti poveri, che non hanno sostanze da potersi rendere immortali, secondo il loro desiderio, nella memoria de’ secoli.

La propositione [proposta] fu da tutti accettata per ottima. Gli Eccellentissimi Greci s’offerirono di contribuire al Monte, due milioni di Versi. I Latini poi si tassarono a dieci milioni e mezzo di Versi. Gl’ Italiani, che hanno vene poetiche più‘ perenni del Po, del Tevere, e del Garigliano, s’essibirono pronti a contribuire al Monte quaranta milioni di Versi. Dicasi più chiaro: s’ erige un Monte perché si soccorrano i poverelli. Poverelli saranno quei, che vogliono i Rettori [amministratori del Monte] non quei, che son poverelli; e con questo quanti soccorsi ordinati a riparare i bisogni, andranno al giuoco, a lussi vani, a… ma non si passi più avanti su questo. Scordatisi alcuni d’essere semplici Amministratori, si faranno vedere assoluti proprietari delle sostanze de’ Monti, applicando ad altri usi, e forse a baggianerie disutili di feste, che di feste non porteranno altro, che il nome, ed a fabriche impertinenti, quelle rendite, che solo stanno addette alla sovventione de’ bisognosi. Si sovveniranno con partialità interessata le vedove meno bisognose, e si lasceranno in abandono le più miserabili. Colle limosine dotali, dovute solo alle pericolanti donzelle, si pagheranno i salari alle proprie fantesche. Si conchiuse per ultimo, che ogni fratello sia tenuto per obbligo di somministrare del suo quegli aiuti, che può, senza dipendenza de’ compagni, e con ogni secretezza possibile, dove, come conoscerà necessario, e convenevole: perché sa meglio il Matto spendere il suo, che il Savio quello degli altri”. (C. Celano, Degli avanzi delle poste – parte seconda, Napoli 1681 pp.38-51)

La proposta che era piaciuta a tutti, non andò in porto nel XVII secolo. Però il reddito di poetanza, sotto sotto circola ai giorni nostri nelle forme più strane di sussidi e sovvenzioni di enti pubblici, ad amici  e simpatizzanti.

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