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Il messaggio di Pasqua del vescovo Aiello: gridiamo la parola pace prima che scenda la notte. Basta con faide e guerre anche nella nostra città

Arriva dal vescovo di Avellino Arturo Aiello un messaggio di speranza alla vigilia della Santa Pasqua, un messaggio in cui la riflessione sulle complesse vicende internazionali abbraccia quella sulle realtà che vive il capoluogo “Ricorderemo questa Pasqua 2026 in una cornice natalizia di gelo e di neve gettata a valanghe a Montevergine e al Terminio e che ha imburrato anche le colline più basse. I ciliegi che avevano iniziato a fiorire hanno interrotto la tessitura del velo bianco da sposa e hanno ripreso sciarpe e cappotti per difendere i fiori cuccioli che avevano fretta di uscire. Da tempo il gelo ha preso i cuori dei grandi della terra che giocano alla guerra, quella vera, con la stessa semplicità con cui lo facevano da bambini coi soldatini di piombo. Nelle nostre Chiese il Triduo Pasquale, centro dell’Anno Liturgico, continua a narrare l’intimità di una Cena Ultima, lo sfiguramento umano di un Condannato che ha il coraggio di perdonare ai persecutori, di una Tomba occupata solo per poche ore con un grattino da parcheggio. I bollettini di guerra (hanno cambiato nomi i ministeri che da “della Difesa” sono passati in una notte in “della guerra” solo con un clik) tengono il fiato sospeso non solo alle nazioni interessate ma al mondo intero dal momento che dichiarazioni congiunte, monumenti di civiltà, sono diventate carta straccia svuotate della forza della legge, con al centro la legge della forza. La Via Dolorosa va estendendosi a macchia d’olio e interessando sempre più paesi dove innocenti portano croci pesanti e cadono sotto la violenza indifferente dei più forti. Le Madri addolorate sono una folla immane e pochi i cirenei, le Veroniche, i discepoli amati ed amanti che restano a vegliare, la massa volta la faccia anche semplicemente cambiando canale. “Sia pace per le aurore che verranno,/pace per il ponte, pace per il vino,/ pace per le parole che mi frugano/ più dentro e che dal sangue risalgono/ legando terra e amori con l’antico canto ”scriveva Pablo Neruda nel 1938 nella poesia “Svegliate il boscaiolo” che fu pubblicata in Messico solo nel 1950. Il poeta sente che invocare la pace solo per gli uomini e le donne è limitante dal momento che anche le cose, gli oggetti, le pietre, come la Casa Bianca, sono sporche di violenza e l’olio rischia d’essere rancido e amaro il vino. Sembra che questi versi scritti quasi cento anni fa raccontino il nostro travagliato oggi dove anche i bambini nascono avvelenati e invece di lanciare in cielo aquiloni colorati preparano miscele esplosive. L’invocazione della Salvezza si fa imperante, bisogna gridarla sui tetti come una parola d’ordine prima che scenda definitivamente la notte, quella che partorisce mostri, prima che sia troppo tardi, prima che la desertificazione del cuore deturpi definitivamente il volto dell’uomo non più umano. Così il Profeta Isaia, secoli prima, presagiva il Cristo sofferente: un uomo tumefatto che non aveva più i lineamenti umani, un laureato del dolore,“uno davanti al quale ci si copre la faccia”. Nelle nostre Chiese risuona ancora quel vaticinio con le parole paradossali “Per le sue piaghe siamo stati guariti”.

Anche in città si armano arsenali per la prossima campagna elettorale e a noi toccherà sopportare, sullo sfondo di guerre stellari, altre faide cittadine in un luogo già troppe volte violato. Ancora Neruda canta: “E sia pace per le città all’alba/ quando si sveglia il pane,/ pace al libro come sigillo d’aria,/ e pace per le ceneri di questi/ morti e di questi altri ancora;”. “La pace sia con voi!” è il saluto del Risorto ai discepoli sulle rovine dei nostri buoni propositi, Egli è venuto a portare la pace, anzi è la pace stessa che può purificare l’umanità impazzita facendo seppellire l’ascia di guerra. Attendiamo quel saluto del Risorto dai morti tra qualche ora, sarà diffuso dal suono delle campane della città e della Diocesi, onde che portano profumo di nuovo, petali di rosa, lo schiudersi di albe non più livide come quelle dei giorni scorsi. Se Neruda fosse vissuto da noi avrebbe scritto “pace per le aurore che verranno,/ pace per il ponte della Ferriera, per l’Eliseo, per la torre dell’Orologio,/ pace per la Dogana restaurata e per le strade finalmente asfaltate,/ pace per i nostri vigneti custoditi dalle rose,/ per gli uliveti verde-argento che producono olio dorato,/ pace per il Partenio e il Terminio torri del nostro castello, pace per la Madonna di Montevergine che è scesa dal trono angioino per aprire una strada/ ai figli nostalgici dei suoi occhi a mandorla.”. La Pasqua sta per scoppiare come una bomba di quiete e di cortesia, gentile, per quanti, combattenti e reduci, sono ancora sognatori testardi di speranza”.

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