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Rione Ferrovia-Borgo Ferrovia: il sogno infranto di una periferia avellinese

Di Alberico Mitrione

“Sono nato, cresciuto e pasciuto a Rione Ferrovia.” Questa espressione, così comune ad Avellino, racchiude in sé l’essenza di un quartiere, oggi Borgo, che per molti è stato culla e identità, ma anche testimone di promesse mancate e di un’evoluzione stagnante. Un tempo, Rione Ferrovia pulsava attorno alla sua stazione, non solo un nodo di transito, ma un vero e proprio epicentro sociale.

I binari fischiavano, e con essi un’edicola, un bar e il mitico barbiere Adriano animavano le giornate, rendendo quel luogo il fulcro di un’intera comunità. Era un rione, con le sue inevitabili criticità, certo, ma anche con una sua dignità, seppur isolato dal cuore urbano della città. Per raggiungere il centro, si saliva sulle leggendarie filovie 01 o 02, un rito quotidiano che scandiva la vita dei residenti.

C’era il minimo sindacale per la vita di un quartiere: una piccola biblioteca circoscrizionale, un campo da calcio dove si consumavano sogni e sfide, e ovviamente, la stazione. Non mancavano, allora come oggi, le apparizioni temporanee di politicanti, puntuali nell’elencare futuri gloriosi e progetti rivoluzionari, snocciolati con perizia solo in prossimità delle elezioni amministrative, in una febbrile corsa a voti e preferenze. Un copione già scritto, che il tempo ha solo affinato. A quei politicanti si sono avvicendati quelli di oggi, con le stesse identiche idee, o per meglio dire, la stessa assenza di idee e, soprattutto, la medesima assenza territoriale. E già, sullo sfondo del “Borgo”, nuovi volti si affacciano, pronti a replicare il medesimo spartito. Negli anni, il Rione Ferrovia ha tentato un salto di qualità, trasformandosi in “Borgo Ferrovia”.

Un cambio di nome che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto nobilitare la periferia, elevarne la percezione. Ma la realtà si è dimostrata ben diversa. Della nuova denominazione, il Borgo ha ereditato ben poco in termini di miglioramento effettivo. Anzi, ha perso pezzi fondamentali della sua identità: la stazione, ormai muta e inattiva, e il campo da calcio, oggi un triste relitto. In dote, invece, ha mantenuto e amplificato le problematiche di trent’anni fa. Il Borgo Ferrovia convive oggi con l’eredità pesante dell’ex Isochimica, una ferita ambientale ancora aperta, e con la problematica idrogeologica che affligge i terreni nella zona di Parco Aquilone. La scarsa connessione con il tessuto urbano è rimasta una costante, così come l’inesistenza di servizi sociali e l’abbandono totale delle strutture sportive. I servizi pubblici per i cittadini sono pressoché inesistenti. E poi ci sono, immancabili, i “famosi progetti di rivitalizzazione”, oggi addirittura amplificati con cadenza mensile. Si parla di mercati settimanali, di alloggi universitari, di fantasiosi “luoghi di costruzione di paesaggi giurassici”, di parchi urbani adiacenti a percorsi fluviali in via di estinzione, e soprattutto, di “fiumi di promesse” e di eventi culturali dedicati esclusivamente al Borgo. Un’orgia di parole che suona sempre più stonata.

Ma i cittadini del Borgo Ferrovia non si arrendono all’illusione. La loro richiesta è chiara e si eleva oltre la retorica: una progettualità differente, che non si limiti a sterili annunci. Chiedono una vera e propria rete sociale, uffici pubblici delocalizzati per avvicinare i servizi ai residenti, un piano per il trasporto pubblico radicalmente ripensato. L’obiettivo è ambizioso ma vitale: ricucire un tessuto urbano che oggi è interrotto, quasi amputato, a partire dall’area del cimitero. Il loro Borgo non deve essere più solo una zona di passaggio, una periferia da attraversare, ma un centro vivo e strategico per l’intera città.

Ma c’è chi, con ostinazione, prova a cambiare il modo di pensare, a parlare alle “teste” delle persone e non solo alle loro “pance”. Tra questi, spiccano i ragazzi di “Nui ra Ferrovia”. Da qualche anno, si sforzano di offrire una presenza diversa, attenta soprattutto alle fasce più deboli, più sole, più emarginate di questo Borgo che non vuole rassegnarsi a rimanere un semplice rione di periferia. Aspettiamo con religioso silenzio una politica fatta di progettualità, di strategie, fatta di competenze e di una visione più sociale. E in attesa di ciò, beviamo un sorso di vino la sera, per inebriarsi e sognare l’esistenza di un vero Borgo, sapendo che, in fondo, si è rimasti in un rione di periferia. E che le promesse, ad Avellino, hanno il sapore amaro di un déjà-vu.

 

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