Di politica alta si è parlato ieri pomeriggio in Piazza Marconi ad Aquilonia nell’ambito della iniziativa “Aquilonia letteraria”, alla presenza del sindaco Antonio Caputo e di Giovanni Famiglietti.
Crisi della politica, dei partiti, della partecipazione: questi i temi affrontati durante il dibattito.
Il direttore del Corriere dell’Irpinia Gianni Festa ha sottolineato come dalla Prima Repubblica in poi la crisi riguarda la classe dirigente, ormai non più all’altezza nell’affrontare le sfide complesse del nostro tempo.
La politica è ridotta a una rappresentanza fittizia, che non risponde alle richieste del territorio a causa di scarsa competenza e del gap di comunicazione con i cittadini che si sentono sempre più alienati e distanti dalle istituzioni.
Oggi non ci sono più, ha detto Festa, i partiti di massa con una forte identità ideologica – lo erano invece Dc, il Pci, Psi – manca il radicamento territoriale, non si vedono più sezioni locali, ci sono sempre meno circoli culturali e organizzazioni giovanili che avvicinavano i cittadini alla politica; non esiste una cultura politica strutturata: un tempo l’adesione ad un partito non era solo elettorale, ma culturale e valoriale.
Si leggeva Il Popolo, l’Unità, Avanti! non solo per informarsi, ma per sentirsi parte di una comunità politica.
Mancano infine – è l’analisi di Festa – mediazione e compromesso, ovvero l’essenza della politica, manca la classe dirigente che cercava equilibri ed elaborava progetti di lungo periodo, con un forte senso di “missione pubblica”. Esempi da non dimenticare: De Gasperi, Moro, Berlinguer.
Secondo Andrea Covotta, giornalista, responsabile della Struttura RAI Quirinale, autore del libro “Politica e Pensiero”, si avverte l’impellenza di pensare prima di fare politica, richiamando una dimensione riflessiva perduta nella politica attuale.
Questo atteggiamento, ha continuato Covotta, originava progetti lungimiranti e responsabilità collettive, a differenza della tendenza recente verso una politica dominata dall’immagine, dalla leadership e dalla frammentazione sociale.
La politica alta “pensava” prima di agire, e i partiti elaboravano visioni complessive della società, c’erano all’epoca della Dc scuole di formazione, congressi e dibattiti interni.
Festa ha osservato come è il deficit di partecipazione politica che genera il populismo, e crisi delle ideologie e dei valori da spazio al pensiero corto, alla personalizzazione della politica: i leader hanno sostituito le strutture di partito, la militanza attiva con una partecipazione “liquida” e occasionale.
La medializzazione, i social e la Tv hanno reso la comunicazione istantanea e polarizzante, privilegiando slogan e immagine rispetto all’elaborazione di pensiero. C’è di conseguenza disillusione e sfiducia: scandali, inefficienze e promesse mancate hanno cancellato il senso delle istituzioni, provocando astensionismo crescente: alle ultime tornate elettorali, oltre il 40% degli aventi diritto non ha votato.
Covotta ha avvertito contro il rischio di fare politica senza pensiero per assecondare soltanto la logica del consenso immediato, della gestione del presente, piuttosto che un lavoro finalizzato alla costruzione di un progetto collettivo.
La lezione dei padri costituenti è stata ormai dimenticata.
La domanda da porsi è: quale futuro per questo Paese? La risposta è tornare alla Costituzione.
Infine la giovane Maria Tartaglia è intervenuta per rappresentare i giovani, il loro sentire, l’ascolto di cui necessitano le nuove generazioni orientate ad una partecipazione attiva e convinta, produttiva.
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