di Rosa Bianco
Al via la VII edizione della Summer School “Dalla modernità a Gesualdo”, in programma dal 2 al 6 settembre 2025 tra lezioni in presenza e online. Nata nel 2019 su iniziativa della Fondazione Carlo Gesualdo e promossa dal Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Salerno, la Scuola si conferma laboratorio d’eccellenza dedicato al patrimonio artistico e musicale legato al grande madrigalista.
Ma l’anima della Summer School non è solo quella di custodire la memoria di Carlo Gesualdo, bensì di farne un ponte con la modernità, un terreno di dialogo tra poesia, musica e filosofia. Perché poesia e musica sono le due forme primordiali attraverso cui l’uomo ha cercato di dare voce all’indicibile: la prima custodisce la memoria della parola, che si fa immagine e pensiero; la seconda raccoglie l’eco del tempo, traducendo il silenzio in armonia. Quando si incontrano, non si sommano semplicemente: generano un terzo spazio, quello in cui il linguaggio diventa rivelazione e la bellezza assume un valore conoscitivo.
È in questa prospettiva che stamattina si è aperta la Prima Giornata della Scuola, iniziata con una sessione mattutina e conclusasi nel pomeriggio con una tavola rotonda, tutta dedicata a tre pilastri della letteratura del Novecento italiano: Eugenio Montale, Umberto Saba e Andrea Zanzotto. Tre autori diversi, eppure accomunati da una tensione comune: restituire alla poesia il suo essere musica segreta dell’anima e specchio filosofico dell’esistenza.
La mattina: Montale, il mare e la metafisica del suono
La prima parte della giornata è stata dedicata a Montale, in occasione del centenario di Ossi di seppia, la raccolta che ha segnato in maniera indelebile la poesia italiana del XX secolo.
Giulio Ferroni ha inaugurato i lavori con un intervento sulla “musica del mare”: Montale come poeta capace di far vibrare l’elemento marino non solo come paesaggio naturale, ma come partitura interiore, come voce dell’inquietudine umana.
Enza Lamberti ha poi tracciato i contorni di una metafisica del mare, in cui le parole del poeta ligure diventano pennellate sospese tra la concretezza dell’onda e l’astrazione della trascendenza.
Infine, Eszter Mohácsy ha mostrato come già nella poesia giovanile montaliane la musica sia stata essenza nascosta: ritmo, timbro, eco che trasforma il verso in esperienza totale.
Montale, poeta dell’osso e dello scarto, ci appare dunque come colui che ha dato alla poesia la forza di registrare l’assenza, la mancanza, il vuoto, e tuttavia di farlo attraverso un linguaggio che non cessa di risuonare, come un diapason che rimanda al senso del limite e dell’infinito.
Saba e Zanzotto, tra melodia e suono fratturato
Con Umberto Saba, la Summer School ha attraversato un altro paesaggio dell’anima. Claudio A. D’Antoni ha analizzato le fughe come dispositivi musicali, dove la monodia e l’eterofonia non sono soltanto concetti tecnici, ma immagini della vita e delle sue contraddizioni. Erminio Risso ha ripreso il “Saba di Sanguineti”, mostrando come la sua parola sia insieme confessione e rappresentazione, intimità e universalità.
Saba è stato il poeta della sincerità, dell’uomo comune, della melodia trasparente che non rinuncia però alla profondità etica: una poesia che non teme la semplicità, perché sa che la semplicità è la forma più alta della verità.
Con Andrea Zanzotto, il discorso si è spostato verso una poesia che cerca nel linguaggio stesso la sua musica segreta. Roberto Calabretto ha mostrato le “figure di suono” che attraversano i suoi testi: assonanze, allitterazioni, scarti semantici che fanno della parola un organismo vivente. Franco Contorbia, nelle sue conclusioni, ha sottolineato come Zanzotto sia il poeta dell’enigma e della resistenza, capace di far esplodere il linguaggio e di ricondurlo a una nuova eticità del dire.
Il pomeriggio: la Tavola Rotonda – oltre il canone
Nel pomeriggio, la riflessione si è fatta dialogo aperto nella Tavola Rotonda coordinata da Rosa Giulio e Carlo Santoli dell’Università di Salerno.
Loredana Castori ha indagato Zanzotto tra enigma e infinito, illuminando i riflessi leopardiani e la tensione etica che nutrono la sua scrittura, sospesa tra vertigine metafisica e responsabilità umana.
Anna De Rosa ha esplorato i muri d’orto e gli orti murati di Montale, figure simboliche di una natura che non è mai pura apertura, ma sempre barriera e clausura, metafora di un’esistenza segnata dal limite.
Natasha Lucia Di Stasio ha restituito la dimensione musicale di Saba, soffermandosi sulla melodia della sua parola: una parola che non nasconde, ma rivela, una parola che canta la vita nella sua nudità.
Annalisa Giulietti ha proposto un suggestivo collegamento con Volponi, leggendo Montale e Zanzotto in una “lezione urbinate” ante litteram: la poesia come forma di pensiero comunitario e civile.
Infine, Alessio Iannaccone ha posto la domanda radicale: Montale, Saba e Zanzotto sono solo una trilogia della modernità o rappresentano già il nucleo di un nuovo canone letterario, destinato a orientare le generazioni future.
La prima giornata della Summer School Carlo Gesualdo ha mostrato come la poesia e la musica non siano discipline da studiare separatamente, ma esperienze che si cercano e si completano.
Montale ci ha ricordato il mare come metafora del limite e della trascendenza; Saba ci ha consegnato la melodia della sincerità, la parola che illumina l’umano nella sua fragilità; Zanzotto ci ha condotti dentro il linguaggio stesso, facendoci ascoltare la sua energia enigmatica e vitale.
Insieme, questi tre poeti hanno tracciato un cammino: non soltanto letterario, ma filosofico, esistenziale, etico. Il loro incontro, orchestrato nella Summer School Carlo Gesualdo, ha trasformato la giornata del 3 settembre 2025 in un’esperienza corale di pensiero e di ascolto: una celebrazione della poesia come musica silenziosa dell’essere e della musica come poesia che vibra oltre il tempo.
La parola poetica, quindi, si è rivelata non come semplice oggetto di studio, ma come esperienza vivente.
Abbiamo assistito a un’autentica aletheia, un disvelamento, in cui Montale, Saba e Zanzotto hanno parlato non solo con i loro versi, ma con la loro capacità di aprire sentieri nuovi alla coscienza.
La poesia, intesa come poiein, atto creativo e generativo, ha mostrato la sua forza originaria: custodire il senso e al tempo stesso rinnovarlo.
Così, tra suono e parola, tra pensiero e canto, si è levata una prospettiva estetica nuova, che non appartiene solo al passato, ma che continua a interrogare il nostro presente e a plasmare il nostro futuro.




