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I bombardamenti del ’43: “Dopo la guerra mia nonna inaugurò il monumento ai caduti di Avellino”

“Quel monumento fa parte della mia famiglia”: così Carmine D’Alelio, ex consigliere comunale di Avellino, racconta ai lettori del Corriere dell’Irpinia un pezzo di storia della città capoluogo, uno tra i più dolorosi. Lo incontriamo in occasione dell’anniversario del bombardamento americano che nel settembre del 1943 distrusse gran parte della città e provocò circa tremila vittime civili. Il racconto di Carmine inizia con una foto, ingiallita dal tempo, che risale a pochi anni dopo quei drammatici fatti, quando ad Avellino venne realizzata l’opera commemorativa.

Nella didascalia della foto, ritagliata da un giornale dell’epoca, si legge: “La vedova Lombardi scopre il monumento alle vittime civili delle tragiche giornate del Settembre 1943”. Cosa accadde nella nostra città in quei giorni di guerra? “In quella foto sbiadita si intravede mia nonna materna, Cristina Fiory in Lombardi, per noi Nonna Sina, che inaugurava con mio zio Franco il monumento ai caduti. Mia nonna perse il marito Attilio sotto le macerie del bombardamento. Lui era un valente perito meccanico ed insegnava l’arte del tornio meccanico presso la Scuola Industriale di Viale Italia. Durante il bombardamento era lì, nella scuola; non doveva esserci ma ligio al dovere era rimasto in officina per completare alcuni lavori”.

Perché la scuola di viale Italia era diventato un obiettivo sensibile?
“I capannoni della scuola furono bombardati dalle fortezze volanti americane perché credevano che lì ci fosse una fabbrica di armi dei tedeschi”.

Cosa accadde dopo quel bombardamento?
“Mio zio, Franco Lombardi (all’epoca 16enne), il fratello di mia madre, lo andò a cercare a scuola, e vedendola rasa al suolo iniziò a scavare tra le macerie. Lo trovò: il papà, nonno Attilio, era gravemente ferito, ma era ancora vivo. Allora lo caricò su un carretto e lo spinse a mano fino all’unico posto in città in cui era ancora possibile ricevere assistenza medica, al vecchio ospedale del Duomo. Trovò un unico medico in servizio in quel momento e gli affidò il padre. Il medico gli disse che avrebbe fatto il possibile per salvarlo. Dopodiché mio zio tornò subito a casa, anche perché il pericolo di bombardamenti era ancora molto alto. All’epoca abitavano in viale Italia, di fronte alla scuola, nello stesso portone dove c’era anche uno storico calzolaio di nome Mosé. Raccontò alla mamma e alla sorella quello che era successo, e rincuorati dalla promessa di quel dottore decisero di fuggire a piedi a Montevergine”.

“Dall’alto della montagna assistettero scossi e terrorizzati ai ripetutati bombardamenti degli ‘alleati’, che si susseguirono ancora per molto. Non appena il pericolo sembrò cessato, e mentre la città contava le sue quasi 3mila vittime, tornarono subito in città. Si recarono all’ospedale per avere notizie, ma il corpo del nonno era sparito e non c’era più traccia nemmeno di quel dottore… Da allora non si è saputo più nulla e la mia famiglia non è mai riuscita a riavere il corpo di nonno Attilio. Per questa ragione mia nonna, ‘la vedova Lombardi’, fu scelta per inaugurare il monumento alle vittime. Quel monumento fa parte della mia famiglia e quella dei miei nonni è una storia avellinese”.

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