In Irpinia, la disoccupazione giovanile ha raggiunto livelli allarmanti, superando il 45% in alcune aree della provincia. Un dato che non rappresenta solo una crisi occupazionale, ma una vera e propria emergenza sociale e demografica. I giovani, in assenza di opportunità concrete, continuano a lasciare il territorio, alimentando un ciclo vizioso di spopolamento, impoverimento economico e declino culturale.
Il mercato del lavoro irpino non riesce più ad assorbire la nuova generazione, nemmeno nei settori tradizionalmente più stabili come l’agricoltura o il commercio. Le imprese locali, spesso a conduzione familiare, non crescono, non innovano, e non assumono. Le poche offerte che esistono sono caratterizzate da precarietà, compensi inadeguati e contratti a termine. Il lavoro nero rimane diffuso, soprattutto nei settori stagionali o domestici, e contribuisce ad alimentare una condizione di instabilità cronica.
A rendere il quadro ancora più cupo è il fallimento del legame tra istruzione e occupazione. L’aumento dei titoli di studio non corrisponde a un aumento delle possibilità lavorative. Al contrario, chi ha una laurea spesso non trova lavoro coerente con la propria formazione, né riesce a farsi assorbire nei settori professionali locali. Il risultato è una migrazione forzata verso il Nord Italia o l’estero, dove il titolo di studio acquisito può essere valorizzato. La provincia di Avellino registra ogni anno centinaia di partenze di giovani diplomati e laureati che scelgono di non tornare più.
A peggiorare la situazione è la crescita dei cosiddetti NEET, giovani che non studiano, non lavorano e non partecipano a percorsi di formazione. In Irpinia si è raggiunta una percentuale superiore al 30% tra i 18 e i 29 anni, una delle più alte d’Italia. Questo dato, già preoccupante di per sé, riflette un disagio profondo e strutturale: i giovani irpini non solo non trovano lavoro, ma spesso non vedono nemmeno il senso di cercarlo, scoraggiati da un sistema che appare bloccato, inefficiente e chiuso.
Le istituzioni locali e regionali, pur consapevoli della crisi, faticano a proporre risposte concrete. I fondi europei destinati ai giovani vengono spesso distribuiti in maniera inefficace, tra progetti isolati, iniziative estemporanee o percorsi formativi poco spendibili. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), che avrebbe potuto rappresentare un’occasione di rilancio, ha avuto un impatto ancora marginale sul tema dell’occupazione giovanile nelle aree interne. Le risorse ci sono, ma mancano progettazione, visione strategica e capacità amministrativa.
Il tessuto produttivo della provincia si mostra incapace di generare innovazione. Il tanto celebrato ritorno alla terra o la creazione di start-up nei borghi sono esperienze ancora troppo isolate per rappresentare un vero modello. Le difficoltà burocratiche, la mancanza di credito e infrastrutture digitali, e la scarsa presenza di servizi nei piccoli comuni rendono difficile qualsiasi tentativo imprenditoriale giovanile.
I giovani che vorrebbero investire sul territorio si trovano davanti a una realtà inospitale. Anche i bandi pubblici, quando esistono, sono spesso poco accessibili per chi non ha una solida struttura alle spalle. Le microiniziative locali di coworking, agricoltura sociale o turismo esperienziale rimangono confinate in una nicchia, senza un reale effetto moltiplicatore sull’economia complessiva.
L’assenza di una politica giovanile strutturata si riflette anche sul piano culturale e sociale. Le biblioteche chiudono, gli spazi di aggregazione scompaiono, la partecipazione civica si affievolisce. L’Irpinia appare sempre più come un territorio per anziani, dove il futuro non trova spazio. Il divario tra centro e periferia si allarga, e i giovani che restano spesso vivono un sentimento di esclusione, di inutilità, di invisibilità.
Se non si interviene con politiche mirate, il rischio è quello di una desertificazione irreversibile, non solo demografica ma anche produttiva e culturale. Serve un intervento deciso, non più limitato agli annunci. Vanno create condizioni reali per l’occupazione, con incentivi mirati, semplificazioni burocratiche, reti di sostegno per chi vuole investire sul territorio. È necessario un piano straordinario per i giovani delle aree interne, che metta al centro il lavoro stabile, la formazione di qualità e la mobilità.
Un’intera generazione è già stata sacrificata. Se non si agisce ora, anche la prossima rischia di crescere lontano da qui, lasciando l’Irpinia sempre più sola, più vecchia e più fragile.
Stefano Carluccio


