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Notturna ovvero l’elogio della notte

Di Mino Mastromarino

In questo tempo di generale spaesamento, ci viene in mente lo stereotipo del Medioevo quale epoca dei ‘secoli bui’. Di come, cioè, il buio sia insensatamente diventato simbolo di negatività, di ignoranza irrecuperabile, di cupa rassegnazione. Si dice che in situazioni turbolente come l’ attuale ci sia bisogno di più luce, di maggiore razionalità. Invece, è l’oscurità ad essere l’ambiente ideale di esercizio della lucidità (questa infatti esiste e si nutre grazie a quella) .
Insomma, rovesciando il paradigma della luminosità, occorre attraversare la notte. Per capire. Per capirci.
E ci capita di ascoltare su Spotify un brano musicale intitolato – manco a farlo apposta – ‘Notturna’. Una spirale di gotiche sonorità. Il suono che si trasforma in una guida contro le aporie della vita. E in grado di svelare – in un colpo solo – l’illusione del significato ubiquo delle cose, degli accadimenti. Sono note che dubitano della luce, e che procurano vertigine, ebbrezza. Anche cognitive.
Mauro Renna, che ne è il giovane autore irpino, con malizioso espediente intimistico, ha avvertito anche l’urgenza di spiegare la sua visione ‘notturna’: “Caro diario, Notturna è nata qui, tra il silenzio delle mura e il respiro lento della città addormentata… Parla dell’amore per sé stessi e di quella pazienza che serve dopo essersi smarriti tra le illusioni digitali e gli amori che evaporano…Ci si incontra in un algoritmo, ci si ama in un messaggio vocale…Notturna è un gesto di ribellione contro la connessione che non connette davvero…. è metà carne e metà codice che porta dentro la fragilità e la forza, la nostalgia del calore in un mondo freddo e iperconnesso“.
Non succede quasi mai che una composizione musicale rivaleggi con la sua didascalia. E’ bello però quando, come in questo caso, la scrittura, così perspicua, e la musica entrano in competizione, gareggiano verso l’alto, parallelamente, ognuna con i propri strumenti, con l’ambizione dell’autonomia reciproca. Quando cioè ci permettono di scansare lo sbilico. Vengono evocate e convocate insieme – in nostro soccorso – l’abiezione del sotterraneo (Dostoevskij ), la saggezza della civetta ( Hegel) e il fascino del chiaroscuro ( Caravaggio).
Perciò, ‘Notturna’ è una creatura pure verbale, intramata di considerazioni verticali e di fulminante esattezza, che, dal sottosuolo, rifuggono dalla condiscendenza verso la soleggiata comodità del reale; ed illuminano, disinnescandole, le contraddizioni della superficie, dell’apparenza. E che, senza enfasi, ci ricordano che la più importante capacità dell’essere umano, anche e soprattutto nell’era della (supposta) onnipotenza tecnologica, è e resta quella di vedere nel e al buio.
Buio inteso come metodo di esplorazione e statuto della profondità, dell’incertezza, della complessità.
In una parola, della gioventù.

 

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