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Sandor Marai: tra ombre e verità dell’animo

Di Annarita Rafaniello 

“E nel cuore dell’uomo esistono istanti in cui

non è più notte e non è ancora mattino,

quando le belve escono strisciando i

nascondigli tenebrosi dell’anima…”

Sandor Marai, Le braci

Ci sono scrittori che parlano del proprio tempo e scrittori che parlano della condizione umana al di là di esso. Sandor Marai, nato a Kassa (oggi Kosice) nel 1900 e morto in esilio nel 1989, appartiene alla seconda categoria. Autore appartato, riscoperto dopo decenni di oblio, Marai fu testimone della fine della civiltà mitteleuropea e della dissoluzione dei valori borghesi che l’avevano sorretta. Dopo aver lasciato l’Ungheria comunista, visse a lungo in Italia, tra Napoli e Salerno, dove ritrovò un fragile equilibrio fatto di solitudine, scrittura e memoria, come se il Mediterraneo potesse placare il lutto di un mondo scomparso.

Nel romanzo autobiografico Confessioni di un borghese, Marai ricostruisce il proprio itinerario spirituale come quello di un’intera classe sociale: la borghesia colta, razionale e disciplinata, che aveva creduto nella cultura come forma di salvezza. Ma la Storia, con la guerra, i totalitarismi, il disfacimento delle certezze, mostra la fragilità di quell’illusione. Tra le pagine più intense, il giovane narratore osserva il padre leggere il giornale in silenzio, simbolo di un ordine domestico e morale destinato a frantumarsi. In quella calma apparente risuona già l’eco di un crepuscolo irreversibile: intorno a lui, i vicini sono intenti nelle loro abitudini, la precisione dei gesti e la routine ordinata che definiscono la vita borghese, mentre dentro di sé avverte la tensione di un mondo che sta per mutare. L’abitazione, i mobili nuovi, le elezioni sociali, l’ansia di apparire: tutto ha la patina lucida dell’ordine, eppure dietro gli angoli del cortile, fra le stanze ovattate e gli sguardi impacciati, si nasconde un desiderio di fuga, di movimento. Egli sente l’attrazione per città come Berlino o Parigi, per la scrittura e per un’identità che non combacia più con quel tranquillo schema borghese; e in quella osservazione, della vita esterna e della vita interiore, matura la consapevolezza che quel crepuscolo che già risuona non è solo metafora, bensì destino.

Ne Le braci, scritto molti anni dopo, la riflessione si fa più concentrata e tragica. Due vecchi amici, un generale e un artista, si ritrovano dopo quarant’anni per un unico, interminabile dialogo notturno. In una stanza illuminata dal fuoco, si consuma il duello tra fedeltà e tradimento, memoria e oblio. La brace del titolo simboleggia ciò che del passato permane: non più fiamma viva, ma un calore che arde silenzioso sotto la cenere del tempo. È anche la metafora della scrittura di Marai, nutrita da ciò che continua a bruciare, nascosto tra i ricordi sopiti.

Tra Confessioni di un borghese e Le braci corre un filo sottile ma essenziale: la memoria come forma di sopravvivenza. Nel primo romanzo, l’autore tenta di comprendere il crollo di un mondo immergendosi nei silenzi e nelle abitudini del padre; nel secondo, accetta che la vita non offra spiegazioni, ma solo il peso del ricordo.

Come scrive egli stesso: “La luce e il tempo sfumano i tratti più nitidi e spiccati, che poco a poco scompaiono dalla lastra. (…) Così sbiadiscono nel corso degli anni tutti i ricordi umani. Poi un bel giorno un raggio di luce piove da qualche parte, e allora ritroviamo d’improvviso un volto.”

Anche tra le pagine più lontane, certi ricordi riemergono, improvvisi e vividi, restituendo volto e intensità a ciò che sembrava perduto. Proprio come nel monologo finale di Henrik in Le braci, Marai squarcia i veli dell’animo umano e della memoria, rivelando rancori, passioni represse e verità a lungo taciute. In quel dialogo notturno, la luce dei ricordi rischiara ciò che credevamo dimenticato, restituendo al passato la sua forza e la sua presenza.

Tra Kassa e le città di Napoli e Salerno, tra la brace e la memoria, la lettura dei romanzi di Marai lascia la sensazione di aver camminato accanto a lui e ai suoi personaggi: un gesto di coraggio silenzioso, che tenta di trattenere tra le mani il dolore e la memoria, restituendo forma e dignità a ciò che il tempo minaccia di cancellare. Dalla grande scena della confessione borghese alla camera chiusa dove i due compagni d’un tempo misurano il silenzio, Marai ci consegna la consapevolezza che ogni civiltà, come ogni amicizia, vive finché qualcuno la ricorda.

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