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L’Istituto De Sanctis di Sant’Angelo ricorda il sisma dell’80, i testimoni: la memoria come cultura della prevenzione

Si è tenuta questa mattina, all’Istituto Superiore “Francesco De Sanctis” di Sant’Angelo dei Lombardi, un’affollata assemblea studentesca interamente dedicata al terremoto del 1980, nel quarantacinquesimo anniversario di quella tragedia che segnò per sempre l’Irpinia. Una significativa rappresentanza degli oltre 650 alunni dell’istituto ha ascoltato e interrogato i testimoni diretti di quello spaccato di storia: la sindaca di allora e di oggi, Rosanna Repole, il presidente della Pro Loco Tony Lucido, il giornalista Michele Vespasiano e il rappresentante del gruppo comunale santangiolese di Protezione Civile, Erminio Romano; era presente anche una delegazione della Protezione Civile di Avellino. Gli ospiti hanno condiviso diverse testimonianze di quell’immane tragedia, alternando storie e racconti a un focus sulla sicurezza e sulla protezione civile. L’incontro è stato un ponte tra passato e presente, per interfacciarsi con la storia e trarne insegnamenti concreti. «Abbiamo pensato a questo incontro per tenere viva la memoria del passato e per riflettere sui legami che tengono unite scuola, società civile e istituzioni in un’unica grande comunità. Tutti riteniamo molto importante affiancare all’esercizio della memoria, che ovviamente è necessaria, anche un’adeguata preparazione sia per gli studenti che per i professori e per tutti gli altri», ha dichiarato Sofia Petito, che con i rappresentanti dei vari indirizzi di studio ha organizzato l’assemblea. Pensiero condiviso da Felice Montemarano, presidente dell’assemblea studentesca, che ha avviato la sua considerazione partendo dai recenti eventi tellurici che hanno interessato l’Irpinia: «La scossa del 25 ottobre con epicentro Montefredane ha riacceso la paura in chi quei 90 secondi del 23 novembre 1980 li ha vissuti. Anche in noi, che in quel giorno non c’eravamo. Il terremoto del 1980 è parte integrante della nostra storia. Noi viviamo in case ricostruite nel dopo-terremoto, studiamo in scuole realizzate dopo quel sisma e siamo circondati da luoghi che portano ancora i segni di quella giornata. Vogliamo essere coscienti che tutto sia stato fatto per il meglio e che, nell’eventualità di un nuovo evento, non ci siano più i morti che si contarono quarantacinque anni fa».

In questa logica si sono spiegati gli specialisti della Protezione Civile regionale e comunale, che dopo aver descritto l’evento sismico hanno illustrato cosa fare e come comportarsi in caso di nuove scosse. Mentre Rosanna Repole ha raccontato come, dopo essere stata eletta sindaca in una tenda di fortuna, abbia dovuto far fronte al gravoso impegno di un’emergenza mai sperimentata prima, Vespasiano e Lucido si sono soffermati sul valore della memoria, che è innanzitutto consapevolezza di ciò che è accaduto. Hanno raccontato episodi, fatto rivivere le emozioni, evidenziato i deficit dovuti alla mancanza di una struttura di protezione civile, elogiato il valore della solidarietà arrivata da tutto il modo. Per dare maggiore enfasi al suo racconto e per richiamare l’attenzione dell’uditorio, Michele Vespasiano ha invitato i ragazzi a contare fino a novanta, quanti furono i secondi che durò la scossa del 23 novembre ’80. «Un tempo interminabile – ha sottolineato – passato mentre la casa ballava o crollava, imprigionando le persone che la vivevano; e per i sopravvissuti, passato nel buio fitto e con la polvere che chiudeva la gola e gli occhi; passato senza che le proprie voci avessero un’eco in quelle delle persone più care». Insomma, la manifestazione che si è tenuta al “De Sanctis” non è stata una semplice commemorazione, ma un atto di cittadinanza consapevole. Ricordare non è solo un dovere verso chi non c’è più, ma un progetto per chi verrà dopo. Quei novanta secondi, fatti rivivere nel silenzio carico di attenzione di un’aula, sono il simbolo di un ponte gettato tra generazioni. Insegnano che la memoria, quando si fa cultura della prevenzione e responsabilità collettiva, smette di essere un monolite del passato e diventa la base più solida su cui costruire un futuro sicuro. La vera resilienza di una comunità, specialmente in una terra fragile come l’Irpinia, non sta solo nel rialzarsi, ma nel non dimenticare perché ci si è dovuti rialzare, trasformando il dolore in conoscenza e la paura in preparazione.

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