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Tetto agli stranieri a scuola, il provvedimento non convince. Sindacati e docenti: nessuno sia lasciato indietro

Sono in tanti a reagire con forza all’annuncio da parte del Ministro dell’Istruzione Valditara di un nuovo provvedimento per regolamentare la presenza degli studenti stranieri nelle aule scolastiche, trasformando in legge vincolante la soglia del 30% introdotta da una circolare nel 2010. Una misura che, ha chiarito il ministro, sarà direttamente vincolata alla reale conoscenza della lingua italiana. L’obiettivo dichiarato dall’esecutivo sarebbe quello di contrastare la formazione delle cosiddette “classi ghetto”, favorire un’integrazione effettiva attraverso l’apprendimento linguistico e “prevenire il fenomeno della fuga dei residenti italiani dagli istituti di periferia”. Parole che appaiono in netto contrasto con il messaggio del Presidente della Repubblica Mattarella: “La scuola è la più efficace leva di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia figli di emigrati. È aperta a tutti, lo prevede l’articolo 34 della Costituzione. Deve aiutare a non formare ghetti, non alzare muri, unire e non dividere.”

Il provvedimento non convince. Lo sottolinea Italia D’Acierno, segretaria provinciale Cgil: “Le parole pronunciate dal ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara dal palco leghista di Pontida mi hanno davvero colpito, innanzitutto come maestra della scuola primaria e poi come segretaria generale della Cgil di Avellino. Aprono una questione che va ben oltre una polemica politica. Da accapponare la pelle. Chi crede nell’ideologia dell’inclusione ci chiede di accettare tutti, a prescindere da come vive e dai suoi valori e, anzi, lo Stato dovrebbe modificare le leggi per includere chiunque, ma noi siamo per l’integrazione con chi condivide i nostri valori di riferimento”. Al di là delle intenzioni del ministro, colpisce una cosa: l’idea che inclusione e valori possano essere messi uno contro l’altro, come se includere significasse rinunciare alla propria identità e come se una comunità potesse costruirsi soltanto attorno a chi già condivide gli stessi riferimenti. Una Repubblica non è un circolo privato, e una scuola pubblica statale, soprattutto, non dovrebbe essere il luogo in cui si stabilisce chi è abbastanza simile agli altri per sentirsi parte della comunità. La scuola dovrebbe essere esattamente il contrario: il luogo in cui le differenze si incontrano, si conoscono, si confrontano e imparano a convivere”.

D’Acierno chiarisce come “Inclusione non significa dire sì a tutto, inclusione non significa cancellare le regole. Non significa che ogni comportamento debba essere accettato, né che i valori democratici siano irrilevanti: significa qualcosa di più semplice e, proprio per questo, più difficile: riconoscere che una persona non deve essere costretta a diventare uguale agli altri per avere diritto alla dignità, all’istruzione, alla partecipazione e alla cittadinanza. L’inclusione non elimina le differenze, le rende abitabili e forse è proprio qui che si trova il suo valore più profondo. Una società composta soltanto da persone che pensano allo stesso modo, parlano allo stesso modo, hanno la stessa storia e gli stessi riferimenti può apparire ordinata (ordine e disciplina), ma è una società fragile, perché non conosce il confronto e non sviluppa gli anticorpi necessari per affrontare ciò che è diverso. La mescolanza, invece, produce qualcosa di imprevedibile: mescolare significa contaminare idee, culture, linguaggi, esperienze, significa scoprire che ciò che consideravamo normale è soltanto una delle tante possibilità dell’esistenza. È così che nascono nuove parole, nuove forme d’arte, nuovi pensieri, nuove cucine, nuove musiche, nuove invenzioni. È così che una società si trasforma.

La scuola è il luogo della mescolanza. La scuola è il laboratorio più importante di questa esperienza: per questo l’idea di integrazione dovrebbe essere maneggiata con attenzione. Integrare non dovrebbe significare chiedere a chi arriva di diventare rapidamente uguale a chi era già qui, dovrebbe significare costruire un terreno comune nel quale nessuno debba cancellare completamente la propria storia per poter partecipare alla storia degli altri. Un bambino incontra un altro bambino. Uno porta una lingua, un altro ne porta un’altra, uno conosce una storia familiare, un altro ne conosce una diversa. Uno ha attraversato il mondo prima ancora di rendersene conto; un altro è nato a pochi chilometri dalla scuola. E lì, nello stesso banco, quelle storie si incontrano. (…)

Un ministro della Repubblica non rappresenta soltanto chi condivide una determinata cultura politica. Rappresenta l’intera comunità nazionale e, nel caso del ministro dell’Istruzione, ha una responsabilità ancora più delicata: parlare a tutte le bambine e a tutti i bambini, a tutti gli studenti e a tutte le famiglie che frequentano la scuola pubblica. Anche a quelli che hanno valori diversi. Anche a quelli che vengono da un’altra cultura. Anche a quelli che non appartengono alla maggioranza. Perché lo Stato democratico non chiede ai cittadini di assomigliarsi. Chiede loro di riconoscersi reciprocamente gli stessi diritti e la stessa dignità, ed è una differenza enorme. La politica può avere le proprie appartenenze, i propri simboli, i propri palchi e le proprie battaglie, ma le istituzioni dovrebbero avere un orizzonte più largo, dovrebbero essere il luogo nel quale nessuno viene lasciato fuori dalla porta”.

A ribadire come non sia questa la strada per l’inclusione, la scrittrice Emanuela Sica: “Nella nostra Carta Costituzionale, all’articolo Tre, è custodito un abbraccio e vi abita, di diritto, sin da quando questo Paese è uscito dalla sua ora più buia, quella in cui aveva avuto la presunzione feroce di misurare gli esseri umani attraverso la razza. Si decise, allora, di ricominciare dalla dignità, scegliendo parole capaci di tenere insieme ciò che altri avevano voluto separare: «senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione».

Se lo dovessimo rappresentare in una foto sarebbe esattamente questa: bambini che si stringono e ignorano le nostre etichette, sorrisi che si integrano ben prima delle nostre leggi, mani che trovano altre mani prima che qualcuno gli insegni a domandarsi da quale parte del mondo provengano, chi è giusto avere come compagno di banco, ed ogni vuota e oscura retorica militante. In quel piccolo groviglio di volti, braccia, capelli, occhi, felicità accade qualcosa di immensamente serio: la Carta Costituzionale respira concretezza e, per qualche istante, l’umanità torna alla propria forma originaria, quando l’altro era semplicemente qualcuno da conoscere e nessuno aveva pensato di trasformare una differenza in una ghettizzazione.

E lei, Presidente, che è madre e cristiana, oltre ad aver giurato sulla Costituzione, se vuole conoscere davvero quei volti, e non fare semplicemente spot elettorali, cominci dai nomi e dalle storie che li accompagnano.

Conosca la bambina che ha imparato l’italiano insieme alle tabelline, il bambino che porta dentro casa il suono di un’altra lingua e fuori corre dietro allo stesso pallone degli altri, conosca le madri che preparano gli zaini all’alba, i padri, i nonni, le assenze, le fatiche, le paure nascoste dietro un sorriso, le ginocchia sbucciate, i compleanni, il primo giorno di scuola, le poesie imparate a memoria, la felicità incontenibile di sentirsi chiamare per nome e non per geografia, perché è nel nome che comincia a vivere una persona. Se le radici raccontano una provenienza, la lingua una casa, il colore della pelle una parte infinitesimale della nostra biologia, nessuna di queste misura la quantità di umanità… e i nostri Costituenti lo avevano compreso. Così, dopo aver guardato negli occhi il precipizio della follia, avevano aggiunto, all’articolo 34, che «La scuola è aperta a tutti», scegliendo una parola smisurata nella sua semplicità: tutti. E quel tutti significa che davanti alla porta di una scuola la razza deve restare fuori, entra l’umano con il suo bagaglio di radici e può continuare a raccontare quanto valiamo e non da dove veniamo. Questo abbraccio va custodito e non sfilacciato: custodito dalla politica, dalle parole, dalle classificazioni che pretendono di rimettere gli esseri umani dentro recinti che la storia ci ha già insegnato quanto possano diventare oscuri; custodito soprattutto da qualsiasi tentazione di inventare nuove categorie capaci di trasformare ancora una volta una provenienza in un confine tra persone”.

A ribadirlo anche lo scrittore Sandro Abruzzese: “Vorrebbero scaricare i loro fallimenti, l’inflazione e la terribile crisi socio-economica che si sta palesando, sulla scuola. Il modo in cui si parla della scuola, il lessico utilizzato, risulta umiliante per chi nella scuola lavora. Una oscena sequela di falsità espressa sulla pelle dei ragazzi e dei lavoratori. Vogliamo edifici sicuri e classi che non superino i 20 studenti. A scuola ci sono ragazzi, nessuno è straniero a scuola. La scuola è di tutti”.

Un concetto ribadito anche dalla Uil Scuola, che pone l’accento sulla necessità di non lasciare sole le scuole nel percorso di accoglienza degli alunni stranieri: “L’annuncio della presidente Giorgia Meloni di introdurre un tetto agli alunni stranieri nelle classi rischia di trasformare un tema complesso come l’integrazione in uno slogan elettorale. Se si vuole davvero favorire l’integrazione, è necessario potenziare l’organico della classe di concorso A-23: i circa 1.000 docenti attualmente in servizio non sono sufficienti a garantire percorsi strutturali per l’apprendimento dell’italiano”, spiega Giuseppe D’Aprile, segretario generale della UIL Scuola. “L’integrazione non si favorisce in questo modo. Servono, al contrario, classi meno numerose, organici stabili, mediatori linguistico-culturali, percorsi strutturali di italiano L2, formazione e maggiori risorse. La Scuola statale deve restare il luogo dell’inclusione e dell’uguaglianza. Non ha bisogno di nuovi muri, ma di investimenti, personale stabilizzato e strumenti concreti per garantire a tutti il diritto all’istruzione”.

Roberto Montefusco di Sinistra Italiana spiega che “Quasi seicentomila (circa il 65 per cento) degli studenti e delle studentesse con background migratorio che frequentano le nostre scuole sono nati e cresciuti in Italia. La loro madrelingua è l’ italiano. Parlano i nostri dialetti, hanno la cadenza delle città in cui sono cresciuti. Considerando gli “stranieri” di seconda generazione le classi che supererebbero la famigerata e critica soglia del trenta per cento sarebbero lo 0,6%.
Di cosa stiamo parlando, allora?
Nella sostanza del nulla, come molto spesso accade quando la destra agita certi temi per la propria propaganda.
Ma la verità è che ancora una volta la destra si rifiuta di accettare un dato di realtà: centinaia di migliaia di bambini e bambine figli di migranti, che frequentano le scuole italiane, che spesso non hanno visto altro Paese se non l’Italia, che magari dei paesi d’ origine dei loro genitori hanno ascoltato solo racconti, si sentono, e sono italiani ed italiane.
Lo sono nella realtà della loro vita, della loro identità, delle loro relazioni umane.
Lo sono pur dovendo aspettare tempi surreali e assurdi perché quella “italianità” venga riconosciuta.
Ma quel mare non potranno fermarlo con i loro scogli, con la loro miopia, con il loro razzismo.
Non potranno fermarlo agitando paure per qualche voto in più.
La verità è che la scuola pubblica statale è un potenziale incubatore di uguaglianza e cittadinanza.
Per questo vogliono colpirla.
Ma ne sottovalutano la capacità di resistenza e resilienza.
Non passeranno”

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