Cari lettori, quando entrai per la prima volta in una tipografia avevo meno di diciotto anni: cominciai a collaborare al Corriere dell’Irpinia grazie all’opportunità che mi fu data da Silvio Iannuzzi, persona garbata con tanta voglia di affrontare i temi irrisolti della città. La Tipografia Pergola, gestita allora da Fulvio e Adriana, discendenti di una nobile tradizione dell’arte tipografica, era un cenacolo di intellettuali che si riunivano lì per scrivere articoli, scambiarsi opinioni, confrontarsi con altri colleghi di diverse testate. Pergola era lo stampatore eccellente in tutta la provincia e fra i più apprezzati della regione. In quei bassi di via Trinità erano passati illustri personaggi le cui firme racconteranno in seguito la storia d’Italia. Cito qualche nome: Augusto Guerriero, detto Ricciardetto; Carlo Barbieri, presidente dell’Ordine dei giornalisti romano; e poi Antonio Aurigemma, con i magnifici sette, da De Mita a De Vito, da Biagio Agnes a Gerardo Bianco e via via Nicola Vella, Acocella e quelli della cosiddetta “Cassazione”, critici intelligenti e colti che si dividevano tra il Caffè Roma in Piazza Libertà e il Bar Lanzara, all’inizio del Corso. La tipografia aveva due accessi: uno che si apriva in piazza Solimene, dove ancora oggi, fissata su una parete, una lapide ricorda il poeta Alfonso Gatto, che in quella tipografia diede alle stampe la sua prima opera Isola, una raccolta che ebbe in Italia grande successo. L’altro ingresso s’affacciava in via Trinità e dal portone austero si accedeva nella stamperia dove si ritrovavano tipografi, giornalisti e chi, come me aspirava a diventarlo. C’era un enorme locale a piano terra in cui lavoravano i maestri tipografici e si dividevano i compiti: lì c’era la linotype, una macchina oggi epica che, con un rumore assordante, sbuffava ed emetteva caratteri di piombo fuso che insieme costituivano una parola. Il buon Pirone, che ne era il pilota, si trovava circondato dai colleghi pronti a raccogliere le righe prodotte dai filari nel compositore, uno strumento di acciaio utile per mettere le parole, ancora calde di piombo fuso, una dietro l’altra. Ricordo, tra gli altri, Vittorio Pironti impegnato nell’incollare su di una tavoletta di legno ben squadrata l’immagine fotografica riprodotta su zinco da inserire nel giornale. Era il cliché che veniva usato anche per i caratteri di maggiore dimensione. Si era a metà del lavoro: un altro tipografo, con un filo di spago, avvolgeva la pesante pagina di piombo del giornale che, ben inchiostrata con un matterello, produceva una bozza da consegnare al redattore per le eventuali correzioni. Solitamente un applauso accompagnava le pagine date alla stampa. Ricordo che la mia inesperienza mi faceva andar via dalla tipografia con parte del mio viso ricoperto d’inchiostro, tanto forte era il desiderio di partecipare a quell’opera collettiva. Ebbene sì, la tipografia Pergola aveva un suo fascino. Si stava insieme: giornalisti, collaboratori, titolari dell’azienda e tipografi in un clima familiare, anche se ogni tanto qualche urlo viaggiava fra i banchi della composizione. Quel clima l’ho vissuto per tutti gli anni Sessanta, facendo inchieste sulle condizioni di emarginazione della città, narrando il fermento dei movimenti giovanili e studenteschi del 1968, il protagonismo di una Chiesa che esprimeva il meglio dei valori sociali capace di costruire cambiamento.
Avevo occupato un “mezzanino” (piano rialzato) che era stato di Guido Dorso, fondatore del Corriere dell’Irpinia, e leggendo i suoi appunti mi innamorai del pensiero meridionalista. Giunsi a Il Mattino insieme con Nacchettino Aurigemma e Peppino Pisano, prima in veste di collaboratore, poi, avendo percorso tutta la filiera gerarchica, conclusi la carriera da caporedattore responsabile della politica nazionale e delle pagine degli Interni, con la direzione di Sergio Zavoli, al quale ero legato da profonda amicizia, stima e affetto. Il piombo stava ormai scomparendo. Custodisco gelosamente, ben fissata in una cornice, la poesia del tipografo Salvatore Di Meglio, che salutava l’esperienza della linotype con rammarico e con i versi della poesia: “’O chiumme che se ne va”. Quanta nostalgia per i tipografi di via Chiatamone, alcuni dei quali, nati con il piombo fuso, guardavano con sospetto il cambiamento. Per noi giornalisti continuava il dialogo con la carta stampata e con i tasti della macchina da scrivere, quella mia “Lettera 22”, ricoperta di bandiere e adesivi di vario genere, che è stata compagna di viaggio da inviato nel mondo, raccontando storie e protagonisti, tra dolore e gioia, paura e soddisfazioni. Oggi la guardo con orgoglio e tristezza e penso che, se potesse parlare, mi farebbe scoprire i lati buoni e meno buoni del mio pessimo carattere. Quei tasti hanno danzato per raccontare tante esperienze vissute: dai viaggi con Papa Wojtyla nei Paesi Bassi, quando al suo passaggio nella piazza centrale di Amsterdam venivano accesi fantocci di paglia come gesto di contestazione nei confronti di una religione non sentita propria. Fu lì che subii il fermo della polizia insieme al collega del Corriere della Sera, Ettore Mo, monumento del giornalismo internazionale. La carica della polizia e il fermo in un furgone li avevo già conosciuti a Persano, insieme a Guzzanti, quando i contadini protestarono per la mancata assegnazione delle terre incolte. E così via. Mai doma né stanca, quella mia Lettera 22 era poi sbarcata in Medio Oriente, a Beirut, quando Arafat lasciava il territorio, lottando per una giusta causa in difesa dei Palestinesi. In quello stesso anno iniziava per me e la mia compagna di viaggio un decennio insanguinato, con don Michele Grella, padre Pio Falconini, don Ferdinando Renzulli e tanti altri sacerdoti schierati dalla parte degli ultimi. Conclusi questa prima esperienza avellinese con una immensa nostalgia, sebbene lì fosse nato per me il desiderio di credere in un Mezzogiorno dalla mafia in Sicilia: l’assassinio del magistrato Rocco Chinnici, poi Cassarà, Montana e poi Salvo Lima, fino a Falcone e Borsellino, raccontando inoltre storie di personaggi epici come Salvatore Giuliano. Poi l’angoscia per il terremoto nella mia terra, l’Irpinia, e i circa quattro mesi scavando a mani nude tra le macerie di un panorama e un mondo cancellati. Quanti ricordi, quanta fatica e che immensa esperienza. Tra storie nobili e misere anche le grandi interviste: da Andreotti a Guttuso, da Martinazzoli al cardinale di Genova Siri, che con me ruppe un decennale silenzio prima di rilasciare un’intervista; fino a Giorgio Bocca che mi fece vincere una scommessa con Pasquale Nonno, all’epoca direttore de Il Mattino, il quale non credeva che uno dei personaggi più potenti del Vaticano, favorito per la sede papale, potesse parlare con un giornale per giunta del Sud.
Quante storie sono passate per quei tasti e quanti fogli di carta sono stati strappati prima che l’articolo fosse di mio gradimento. Oggi se sbagli a battere un tasto del computer, e per distrazione non hai dato il comando “salva”, perdi l’acino, l’uva e il “panaro” (cestino) come ancora oggi si dice dalle mie parti. Quando conclusi la mia esperienza a Il Mattino, la domanda fu d’obbligo: che fare? La risposta: capire dopo un lungo tempo di assenza, il mio territorio, i suoi bisogni, le emergenze. Mi si su una squadra di giovani colleghi, alcuni anche esperti, e fondai Ottopagine nella cucina della mia abitazione. Passo dalla Lettera 22 al computer. Vi litigo, mi crea problemi, perdo la scrittura, ma non mi rassegno. Riesco, grazie all’esperienza, a costruire un bel quotidiano, il primo in Irpinia. Ma chi ha i soldi, li ha investiti con un preciso obiettivo: affari. Storia amara che è meglio dimenticare. Non partecipo al banchetto, in fondo la linea editoriale la detto con serenità e severità. Non piace tanto questa storia: nel rievocare la nascita di quel giornale, volutamente si dimentica del suo fondatore. Miserie umane. Non accetto compromessi e finisce l’avventura. Si ripropone il “che fare?”. Non ero stato il direttore del Corriere dell’Irpinia che intanto aveva cessato le pubblicazioni? Riecco cuore e passione, nuova squadra e si parte. In mezzo c’è stato un lungo importante intervallo, la fondazione del Quotidiano del Sud, diffuso in ambito meridionale. Intanto i tempi son cambiati. Arrivano i primi telefoni portatili. Pesanti e di una dimensione notevole. Difficili da tirare fuori dalla borsa. Ma è una rivoluzione. La velocità della trasmissione avviene a danno della riflessione.
Oggi i telefonini e le mille applicazioni, i social e l’Intelligenza Artificiale ci consegnano un mondo diverso. Che sia migliore o peggiore non so dirlo. Invece conosco bene la crisi che attraversa l’editoria e il peggioramento della qualità della scrittura e della narrazione dei fatti. Il ciclo della produzione comporta costi altissimi, le redazioni si svuotano, gli inviati speciali di un tempo sono una razza estinta. Il Corriere dell’Irpinia quotidiano parla di recupero della memoria e di legalità. Nella società del tutto e subito non c’è spazio. Il mondo della carta stampata è quasi archeologia. Da quotidiano, il Corriere di Dorso, con la sua vita di oltre un secolo, diventa settimanale. In tanti dicono che è un settimanale di grande dignità. Bello. Ma in edicola, anche qui la crisi è violenta con una inondazione di chiusure, ha un pubblico di lettori di nicchia, come si dice oggi. Cari lettori, vi chiederete il perché di questa lunga narrazione. Ho il dovere di illuminare il nostro futuro. Il mio mondo volge verso il termine, la mia professione, intensa, è cambiata, l’informazione stessa è in crisi perché non è più neutrale, ma appartenente, gli editori puri sono personaggi scomparsi, la velocità si coniuga con i mezzi della velocità. Oggi è il tempo delle fake news, di coloro che sono bravi a lanciare per prima la notizia, poi si vedrà. Il Corriere di carta è riuscito a sopravvivere grazie alla passione e ai sacrifici di chi vi scrive e di un folto gruppo di collaboratori e redattori che con me hanno a cuore il bene comune e la passione della scrittura con la schiena diritta. Per ora addio alla stampa cartacea. Nuove sfide si annunciano davanti a noi.
Il sito web Corriere dell’Irpinia, il primo edito in Irpinia, eredita il grande impegno meridionalista del Corriere cartaceo. Il sito Corriere dell’Irpina, erede attivo di una grande tradizione, di una idea di difesa della legalità, della propria e dell’altrui libertà, dovrà essere il nostro e il vostro orgoglio, per questa terra di nobili radici e con il cuore pulsante per la formazione di una nuova classe dirigente.



