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Il festival Laceno d’oro premia il regista francese Carax: il cinema nasce dall’incontro. Non siamo più capaci di guardare nulla con i nostri occhi

“Il cinema nasce sempre dall’incontro. Se non avessi incontrato un attore come Denis Levant non avrei mai fatto cinema” A sottolinearlo Leos Carax, regista francese, premiato oggi al Festival Laceno d’oro con il riconoscimento alla carriera, nella cornice dell’Eliseo. A intervistarlo, in occasione della Masterclass, il direttore artistico Maria Vittoria Pellecchia, insieme ad Aldo Spiniello, Martina Zigiotti e Sergio Sozzo. “Non avevo mai studiato cinema  né avevo idea – spiega Carax- di come si dirige un attore ma ho visto la sua foto. Aveva la mia taglia, la mia età e mi è venuta voglia di conoscerlo. L’incontro con l’altro è fondamentale per chi voglia fare questo mestiere. Mi chiedo spesso perché gli aspiranti registi frequentino scuole di cinema e l’unica risposta che riesco a darmi è che servono a questo, a mettere in contatto persone, a stare insieme”. Spiega di prediligere i ponti come ambientazione “proprio perchè collegano le persone. Basti pensare a un film come  ‘Gli amanti del Pont Neuf’ che si svolge dall’inizio alla fine su un ponte. Del resto, le pellicole girate negli anni ’80 sono tutte sulla capacità di entrare in relazione con l’altro”. E sulla centralità nei suoi film del corpo che corre, come se cercasse di sfuggire alla legge di gravità “A me è sempre piaciuto filmare solo scimmie, bambole e ballerine”.  E chiarisce come “cerchiamo tutta la vita di sfuggire alla pesantezza e di trovare un modo per volare. Lo facciamo attraverso l’amore, ad esempio. Non ci aiuta, invece, la realtà virtuale, che ci fa credere di potere scappare ma è solo un’illusione”. Ribadisce di non cercare la verosimiglianza in un film, di non essere mai stato un regista di film realisti, “non mi interessa che mestiere fa o quale è l’età del protagonista del film. Ne’ sono nostalgico, preferisco la furia alla nostalgia, in Holy Motors il protagonista è tutto, interpreta più personaggi, io non saprei neppure se definirmi un regista, nè ho idea di come altro definirmi. Allo stesso modo, non so spiegare cosa il cinema susciti nel pubblico.  Potrebbe rispondere solo uno come Hitchcock. So solo cosa è per me”. E a chi parla della spiritualità del suo cinema risponde che ” non siamo più capaci di guardare nulla con i nostri occhi, se fossi un dittatore abolire i selfie”. Spiega di amare la capacità del cinema di rinnovarsi continuamente, di trasformarsi, cambiando pelle, anche nei momenti di crisi”. Sottolinea come il suo rapporto con Parigi sia cambiato negli anni, lasciando da parte lo stupore iniziale “Quando sono arrivato ero un ragazzo di 17 anni ed ero stato conquistato dalla città.  Mi piaceva passeggiare lungo il fiume, amavo ogni angolo. Oggi ho uno sguardo diverso su Parigi”. Chiarisce di aver partecipato come attore al corto “Allegorie cittadine” di Alice Rohrwacker “perchè abbiamo in comune la stessa montatrice. Ma non mi sono mai rivisto. Non mi piace fare l’attore”.  Fino alla scena finale di “C’est pas mois” in cui “ho voluto che la bambola protagonista di Annette incontrasse Denis Levant”. Più volte si schernisce, spiega di non avere risposte sui segreti del cinema, di conoscere solo il suo punto di vista sulla realtà e non finge di essere ciò che non è, né sceglie di spiegare ciò che non si può spiegare. Un messaggio forte di autenticità, al di là delle maschere di intellettuali che tanti scelgono di indossare. In questo modo consegna al pubblico il mistero di un linguaggio come quello del cinema, capace davvero di unire, oggi come ieri.

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