“Non avrebbe senso viaggiare se non avessi un luogo dove tornare, e da cui partire per cercare altro, se non ci fosse l’Irpinia”. Lo sottolinea il poeta e paesologo Franco Arminio ospite, al Palazzo Vescovile, del confronto dedicato al volume di Angelo Cristofano “Noè…No+. Ma dove vuoi portarci?”, con la partecipazione del commissario Giuliana Perrotta, del direttore Gianni Festa e della professoressa Milena Montanile, nell’ambito della rassegna “Avellino letteraria”, curata da Annamaria Picillo. Sottolinea come “sia sempre bello essere nella mia terra. Ho accolto con piacere l’invito della professoressa Milena Montanile a partecipare a quest’incontro”. Spiega come “La poesia non può trasformare i territori o fermare lo spopolamento, non ha competenze legislative ma ci può aiutare a guardare i luoghi con più attenzione, a capire che è bello svegliarsi all’alba e ammirare il paesaggio, ci può incoraggiare ad abitarli meno svogliatamente. Se ne cogliamo le bellezze, li abitiamo con più entusiasmo. Da questo punto di vista, la poesia può svolgere indirettamente un ruolo anche nel fermare l’esodo dei tanti giovani”.
Da sempre in prima linea in difesa delle aree interne, Arminio ribadisce come “è importante che la politica rivolga il proprio sguardo alle mille Italie che soffrono. Negli ultimi anni è stato fatto molto poco per rilanciare i territori marginali, sia dai governi di destra, che di sinistra. Ed è ancora più difficile immaginare che ci sia, in questo momento, una rinnovata attenzione alle aree interne, di fronte a una situazione internazionale molto difficile. Restano i sindaci e i cittadini che possono fare molto. Nei giorni scorsi facevo riferimento a pantaloni e cappotti che possono arrivare a costare fino ai 6000 euro, è il prezzo di una casa a Bisaccia. Si carica, per esempio, di un valore forte la scelta di comprare una casa in un comune come Bisaccia per restaurarla. I paesi vanno abitati meno svogliatamente, abbiamo bisogno di incoraggiatori militanti, se valorizziamo le risorse e le possibilità dei territori, e non ci soffermiamo solo sui loro limiti, non abbiamo più la sensazione che la vita sia altrove”. Ricorda come l’Italia e il mondo “hanno bisogno di città ma anche di campagne e paesi, che rappresentano un pezzo prezioso nella filiera dell’abitare. Dobbiamo dare a chi vuole la possibilità di restare nei paesi, è importante spendere i fondi per aiutare i ragazzi piuttosto che rifare tre volte la stessa piazza, altrimenti è come mettere un anello a uno scheletro. L’unica strada è investire nei giovani”.

E sul messaggio forte che caratterizza il suo ultimo libro “La grazia della fragilità”, ricorda come “i paesi sono luoghi fragili e il luogo fragile ha qualcosa di commovente, ha una sua grazia e intensità che può essere colta. Io mi emoziono più in un piccolo paese che in una grande città. E’ chiaro che il mio non è un appello ad abbandonare le città ma è un dato di fatto che questi paesi stanno morendo e non devono morire”. Legge con commozione i versi dedicati alla madre “che mi ha trasmesso l’ansia che mi porto dentro. Ho sofferto di un problema di salute serio da bambino e, malgrado lo avessi superato, mia madre mi ha allevato con questa idea che fossi fragile. Ricordo che mi portava dal cardiologo Mottola. Ecco, il mio rapporto con Avellino è un rapporto quasi mitico, collegato alla mia infanzia, alle partite dell’Avellino quando andavo allo stadio con mio padre o ai dolci da Lanzara”. E ricorda come “mio padre è morto proprio quando veniva pubblicato il mio primo libro, quando è cominciata la mia carriera letteraria Tutto ciò che ho fatto l’ho fatto sempre per convincere mio padre. E quando qualcuno se ne va prima durante qualche mio incontro, è come se si risvegliasse e mi dicesse: ‘Vedi non lo hai convinto'”.



