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Quando il vino racconta l’Irpinia

Ci sono luoghi in cui il cibo non arriva mai da solo. Arriva portando con sé storie, gesti, silenzi, una grammatica fatta di attese e di rispetto. In Irpinia, quando una tavola nasce in cantina, il confine tra mangiare e raccontare si dissolve.

Da Manimurci, la giornata prende forma come un rito laico. Carmine Aliasi e sua moglie Virginia Barbieri non costruiscono esperienze, ma continuità: quella di un territorio che si riconosce nei suoi vini, nel tempo lungo delle fermentazioni, nella fedeltà a una tradizione che non ha bisogno di essere spiegata, solo vissuta.

Il primo gesto è nel bicchiere. Lykos, Spumante di Falanghina, apre il racconto con un sorso luminoso, vibrante. Il perlage è fine, il ritmo deciso. È un vino che non fa rumore, ma prepara: pulisce il palato, tende l’attenzione, invita a rallentare. Intorno, la tavola si anima con formaggi e salumi che parlano la lingua dell’Irpinia più domestica.

Tra questi, una presenza che non ha bisogno di presentazioni: la coda di volpe – ’O rpe – di Eliseo Santoro. Una zampa da condividere, da prendere con le mani, come accade da sempre nelle famiglie irpine e tra amici. Non è solo cibo: è gesto, è appartenenza, è memoria che passa senza parole.

Il primo piatto arriva quando la conversazione ha già trovato il suo ritmo. Pappardelle tirate a mano con ragù di cinghiale: un piatto che chiede tempo, che trattiene il morso e allunga il silenzio. Il sugo è denso, profondo, scuro. A tenergli testa è il Poema 2005 (Taurasi). Un vino che non ha fretta, stratificato, austero, capace di scavare più che di accompagnare. Qui il sorso non segue il piatto: lo attraversa. E la tavola, per un momento, si ferma davvero.

Poi il silenzio si rompe. Arrivano “i mugliatielli” … Interiora di agnello o capretto avvolte nel loro stesso intestino, legate a mano, sono una delle espressioni più autentiche della cucina del quinto quarto. Nascono dalla necessità, diventano sapienza. Non cercano indulgenza né compromessi: raccontano una cucina che non spreca, che rispetta l’animale fino in fondo, che trasforma ciò che era scarto in identità.

La preparazione è gesto antico, quasi rituale. La cottura restituisce un sapore deciso, profondo, che non ammicca. Ad accompagnarli è il Il Rossocupo 2003, nel calice con un colore granato profondo, appena velato dal tempo. Al naso non concede nulla di immediato: emerge lentamente, con note di cuoio, terra bagnata, sottobosco, spezie scure, una lieve vena ematica che richiama la carne e la brace. È un vino che ha imparato a stare in silenzio. In bocca è sorprendentemente vivo. Il tannino, smussato ma ancora presente, dà struttura senza rigidità; l’acidità sostiene il sorso e lo allunga. Non c’è dolcezza, non c’è compiacimento: c’è tenuta. Con i mugliatielli, il dialogo è naturale. La grassezza delle interiora trova nel vino un contrappunto asciutto, la complessità aromatica del piatto viene rispecchiata – non coperta – dalle note evolute del Rossocupo. Il sorso pulisce, ma soprattutto rilancia. Ogni boccone prepara il successivo, ogni sorso rimette ordine senza spegnere l’intensità. Non è un abbinamento che cerca equilibrio estetico: cerca verità. È l’incontro tra una cucina che non edulcora e un vino che ha accettato il tempo come parte del proprio carattere. Insieme raccontano un’Irpinia profonda, contadina, consapevole.

Il centro della giornata è questo.

Non un piatto, non un vino, ma il senso che emerge quando entrambi parlano la stessa lingua. Mangiare mugliatielli oggi non è esercizio nostalgico. È un atto di continuità culturale, una scelta consapevole di memoria.

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