Di Paolo Saggese
Il rapporto tra intellettuali e potere, e di riflesso tra politica e mondo della scuola, è da sempre problematico e conflittuale, perché i due “mondi” rispondono a “ragioni” tra loro quasi inconciliabili, perché hanno origine da prospettive differenti, da idee differenti, da finalità differenti, da obiettivi differenti o addirittura divergenti.
La politica, soprattutto quella governativa, tende a creare menti conformiste, che accolgano lo status quo senza esitazione e che non si pongano domande “scomode”, che siano in grado di replicare narrazioni rassicuranti e in linea con un consolidamento del potere costituito. La scuola è il luogo della ricerca, della scoperta, della libertà di pensiero, di espressione, di creazione, del dibattito libero, accogliente, inclusivo, tollerante, dove come in un’agorà immensa tutti siano cittadine e cittadini autorizzati a descrivere, raccontare, mostrarsi e confrontarsi, scoprire, crescere insieme, vivere insieme, imparare a vivere bene, come suggeriva ormai alcuni anni fa Edgar Morin, tenendo conto che ogni essere umano ha un’etica individuale, una politica, una di specie, e che è responsabile del destino proprio, di quello del proprio Paese, ma anche del futuro del Pianeta Terra. La scuola è il luogo dell’eleutherìa (“libertà”), dell’epistème (“conoscenza”) e dell’alètheia (“verità”), la politica è il luogo del conflitto, della partigianeria e del confronto, che spesso diventa scontro, del kràtos (“potere”), della mènis (“ira”), dell’èris (“contesa”, “lite”).
La scuola deve essere una “comunità educante”, come recitano gli ultimi Contratti Collettivi Nazionali, ma deve essere anche una “comunità intellettuale”, perché costituita da un “Collegio” di docenti, che esercitano liberamente (“L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”, art. 33 della Costituzione) e autonomamente la propria professione, fatta di conoscenza, di riflessione, di ricerca, di scoperta, di idee, di libertà, di continua discussione e confronto. I docenti sono intellettuali e devono formare gli intellettuali del futuro, le cittadine e i cittadini, che costruiscono ed esercitano la propria mente, acquisiscono competenze, mettono sé stessi al servizio del bene comune e degli interessi della nazione in un contesto europeo e planetario.
Maria Venturini, ormai settant’anni fa, poneva l’accento, gramsciano, sul pericolo che gli insegnanti diventino i “commessi” “del gruppo dominante per l’esercizio delle funzioni subalterne dell’egemonia sociale e del governo politico” (Sulla preparazione degli insegnanti della scuola obbligatoria unica, Relazione presentata da Maria Venturini alla Commissione per la Riforma della scuola dell’Istituto Gramsci, in La riforma della scuola, a cura di Mario Alicata, Editori Riuniti, Roma, 19562, p. 108), insomma che diventino coloro che propagandano il pensiero e la volontà delle classi dominanti al fine di consolidare lo status quo e instaurare un regime. Analizzò questi ed altri problemi con lucidità e rigore impareggiabili Norberto Bobbio nel suo saggio del 1954 Intellettuali e vita politica in Italia, che parte dal pericolo ventilato da Julien Benda (La trahison des clercs, 1927), preoccupato della “rinuncia che gli intellettuali venivano compiendo alla loro missione di custodi e promotori dei valori spirituali, per mettersi al servizio dei valori contingenti della politica nazionalista” (p. 562), per arrivare alle speranze di Karl Mannheim (Ideologie und Utopie, 1929), che attribuiva agli intellettuali “il còmpito di creare la sintesi delle ideologie contrapposte e in tal modo di promuovere l’avanzamento della società” (pp. 562-563) e ad Ortega y Gasset, che (La rebelión de las masas, 1930) rifletteva sul “divorzio tra élite intellettuale e masse” (p. 563), a Benedetto Croce, che, dal 1925, ribellandosi al regime fascista, “incitava gli uomini di cultura a resistere all’oppressione richiamandoli alla tradizione della religione della libertà e al loro dovere di non subordinare la verità alle passioni di parte” (p. 563).
Il saggio di Bobbio, riedito in un volume di particolare importanza (Saggisti italiani del Novecento, a cura di Alfonso Berardinelli e Matteo Marchesini, Quodlibet, Macerata, 2025, da cui cito), dovrebbe essere letto con estrema attenzione sempre, in ogni momento della nostra giovane democrazia come anche in qualsiasi società “aperta” o “chiusa” (Popper), che costellano il nostro pianeta. Il filosofo del diritto sottoponeva ad una serrata analisi la contrapposizione tra le “ragioni” della “politica ordinaria”, quella dei partiti, e il còmpito degli uomini di cultura, che egli stesso vedeva nettamente distinti, secondo sei “principi”, che aveva enucleato.
1) La politica è radicata al suolo racchiuso nei confini geografici, è nazionale e nazionalista; la cultura è cosmopolitica. Di fronte alla cultura non vi sono barriere né politiche né geografiche. La patria dell’uomo di cultura è il mondo.
2) La politica traffica in cose contingenti e particolari; la cultura maneggia soltanto valori assoluti ed universali. L’uomo politico conosce solo le occasioni e le opportunità; l’uomo di cultura afferma contro le mobili occasioni i fermi ideali, contro la mutevole opportunità l’eterna giustizia.
3) La politica si regge sopra una certa dose di conformismo; la cultura non respira se non in un’atmosfera di libera ricerca. Nella vita politica il dogma sembra altrettanto necessario del dubbio critico nella vita del pensiero.
4) Nella politica c’è bisogno di spirito gregario, mentre la cultura è per eccellenza la più alta espressione della individualità. L’uomo di cultura che cede alla politica finisce per rinunciare a una parte di se stesso, a ciò che lo caratterizza come uomo di cultura.
5) La politica è parziale, mentre la scienza è imparziale. Chi fa il politico non può essere nello stesso tempo uomo di cultura, perché le passioni che si convengono al primo turbano e deviano il secondo.
6) La politica appartiene alla sfera dell’economico, della vitalità, rappresenta il momento della forza. La cultura ha il còmpito di far valere di fronte alla forza le esigenze della vita morale. Contro il politico che obbedisce alla ragion di stato, l’uomo di cultura è il devoto interprete della coscienza morale” (pp. 566-567).
La politica ha uno sguardo nazionale, la cultura cosmopolitico, la politica si concentra sul particolare e sul contingente, la cultura sui valori assoluti e universali, la politica si fonda sul conformismo, la cultura sulla libera ricerca, la politica è di parte, la cultura imparziale, la politica appartiene alla sfera della forza, la cultura dipende dalle esigenze della vita morale …
Questo era già l’insegnamento dei Greci, di Socrate, in ambito filosofico, oppure di Tucidide e Tacito, in ambito storico, che dichiaravano la loro oggettività di fronte alla ricostruzione dei fatti, il loro essere in questo “apolidi”, senza patria, quando si doveva ricercare la “verità storica”.
La scuola non è di destra né di sinistra, la scuola è il tempio della ricerca, della scoperta, del confronto, del dibattito rispettoso, della libertà. Se si sottomette alla politica o se la politica pretende di assoggettarla e di imporle le proprie verità e ci riesce, la scuola perde il suo ruolo, rinuncia a sé stessa, si svilisce, tradisce i valori della democrazia e della Costituzione.
Rileggendo le “Indicazioni nazionali” adesso edite sulla “Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana” (Decreto 9 dicembre 2025, n. 221) con il “Regolamento recante indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione” e divenute legge dopo un percorso accidentato e ricco di polemiche, riflettendo sulla “pedagogia del modello” proposta dal MIM, si resta perplessi di fronte ad una scuola eurocentrica e legata ad una astorica celebrazione dell’Occidente e che esaspera indirettamente lo scontro tra civiltà, in cui si insegni che “solo l’Occidente conosce la storia” o che l’Occidente è depositario sin dalla sua nascita del valore della “libertà”, si resta perplessi di fronte ad una scuola che deve esaltare una civiltà che certo dall’illuminismo ha propagandato i valori della Rivoluzione francese, ma contraddicendoli soprattutto attraverso feroci guerre imperialistiche e colonialiste e genocidi e dando origine al fascismo e al nazismo. Come scrisse Piero Gobetti, il fascismo fa parte dell’“autobiografia della nazione”.
Da un lato, la politica impone il suo “modello” pedagogico, dall’altro la scuola deve rivendicare la propria libertà e autonomia e non può rinunciare ad interpretare gli eventi in un’ottica di storia universale (p. 567).
Forse, la politica avrebbe dovuto astenersi dal proporre questa “pedagogia”.
Intanto, la scuola è chiamata ad attuare le “Indicazioni nazionali” e lo farà.
Ma la cultura non può venir meno alla “religione” della verità e della libertà.
Romain Rolland invitava a stare “al di sopra della mischia”, mentre la Società europea di cultura in un manifesto del 1951 invitava gli intellettuali a perseguire una “politica della cultura”, ovvero un’azione latamente politica nel segno dei valori della cultura.
Spetta alle docenti e ai docenti italiani attuare una “politica della cultura”, di cui una moderna democrazia ha terribilmente bisogno.


