“Il Mago del Cremlino non è un film sull’ascesa di un singolo uomo, né sulla forza con cui viene imposto il potere, né sulla reinvenzione di una nazione moderna e arcaica, ancora una volta sotto il giogo del totalitarismo”. Spiega così Olivier Assayas l’idea da cui nasce “Il Mago del Cremlino”, in programma il 23 marzo, alle 18 e alle 21 al Multiplex di Mercogliano, nell’ambito della rassegna promossa dallo Zia Lidia. “Radicato in eventi reali e contemporanei – spiega Assayas – è piuttosto una riflessione sulla politica moderna, o meglio, sulla cortina fumogena dietro cui oggi si nasconde: cinica, ingannevole e tossica. I potenti di oggi brandiscono strumenti di manipolazione e distorsione di massa con una precisione un tempo inimmaginabile. In questo senso, Le Mage du Kremlin non è tanto un film politico quanto un film sulla politica e sulla perversità dei suoi metodi, che ora ci tengono tutti in ostaggio. Credo – o forse mi illudo – che valga ancora la pena di denunciare i meccanismi interni delle menzogne e dell’oppressione. Questa convinzione è ciò che mi ha spinto ad adattare per il grande schermo il romanzo di Giuliano da Empoli. È la testimonianza di un dramma ancora in corso sulla scena mondiale, ma visto attraverso una lente dolorosamente umana.
È la travagliata umanità del destino di Vadim Baranov che ci guida e ci turba allo stesso tempo. La sua storia d’amore con Ksenia – un’osservatrice lucida e giudice spietata delle sue manovre – rispecchia il nostro viaggio morale tra il bene e il male. Come possiamo trovare la redenzione, nonostante tutto, come riusciamo a camminare sul filo del rasoio, colpevoli e innocenti, eppure tutti tragicamente complici?”.
Il film, tratto da un romanzo di Giuliano da Empoli, racconta l’ascesa del potere russo attraverso lo sguardo del consigliere politico Vadim Baranov. La figura che domina tutto però è quella di Vladimir Putin, interpretato da Jude Law. Assayas organizza la materia narrativa come un lungo corridoio storico: il tramonto di Boris Yeltsin, le guerre cecene, il disastro del sottomarino Kursk e la trasformazione della Russia post-sovietica diventano capitoli di un racconto politico che attraversa tre decenni. Ma più che una cronaca, il film sembra voler costruire una mitologia della comunicazione politica: il potere non nasce nei palazzi del Cremlino, suggerisce Assayas, bensì negli studi televisivi, nei briefing segreti e nelle narrazioni attentamente confezionate per il pubblico.



