La dipendenza strategica dell’Italia dalle forniture estere comporta anche un rilevante “rischio Paese”: circa il 60% delle importazioni di prodotti strategici proviene infatti da contesti caratterizzati da un livello di rischio politico medio o elevato. È quanto evidenzia l’ISTAT nel Rapporto sulla competitività.
Nel 2023, le imprese italiane classificate come foreign-dependent — ossia fortemente dipendenti da input strategici esteri, difficilmente sostituibili — erano soltanto 583, ma presentavano un peso economico significativo: impiegavano circa 175 mila addetti, generavano un valore aggiunto di circa 23 miliardi di euro e un fatturato complessivo pari a 130 miliardi. Più di un terzo di queste operava nel settore del commercio, mentre il 13% era attivo nella produzione di macchinari.
Nel triennio 2023-2025, la Cina si è affermata come principale fornitore di materiali strategici per i maggiori Paesi dell’Unione europea, con una quota del 9,3% sul totale, che sale all’11,3% nel caso italiano.
Nel complesso, l’Italia presenta un livello di dipendenza dall’estero per tali beni (circa il 20%) in linea con quello delle altre principali economie europee. Tuttavia, rispetto a Paesi come Germania e Francia, emerge una maggiore esposizione per quanto riguarda i materiali energetici, particolarmente vulnerabili alle dinamiche e alle tensioni geopolitiche internazionali.


