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S i può fare politica a novant’anni? La domanda, direbbe Antonio Lubrano, sorge spontanea a proposito dell’età di Ciriaco De Mita che, secondo alcuni giornali, intenderebbe tornare in Parlamento. Intanto, credo, che la notizia, come tenterò di spiegare, ha da una parte un fondo inconscio di verità e dall’altra un significato capzioso. Mi spiego. È vero che egli, a mio avviso, si candida a tutto, ma è una bufala che stavolta agisca per proprio conto. Conosco il presidente De Mita da circa mezzo secolo, quanto basta, penso, per tracciarne un profilo non autorizzato.

Non sempre ci siamo trovati d’accordo su alcune circostanze che hanno caratterizzato il suo percorso politico e che, talvolta, hanno in me insinuato un dubbio non risolto che riguarda il suo temperamento. E’ cinico o, invece, timido? O forse entrambe le cose? Non so rispondere. Quando lo conobbi ero alla guida del Corriere di Dorso che si stampava nella tipografia Pergola di via Trinità. Pur cattolico, in quei tempi l’esserne era politicamente significativo, non avevo idee democristiane. Con me lavorava al giornale il cosiddetto gruppo di San Ciro, nato intorno alla fantasia rivoluzionaria, in senso cristiano, di don Michele Grella e padre Pio Falcolini. E, credo di non ricordare male, non sempre De Mita ne condivideva l’azione. Da questo punto di vista il suo cinismo non si prestava ad interpretazioni. Forse sapendo che quel gruppo aveva idee di progresso spinto temeva che potesse contrastare la sua determinazione nella gestione del potere locale.

Poi, però, nel corso di una intervista televisiva, ragionando tra bisogni e sviluppo, ne colsi il lato della timidezza, quasi una sofferta realtà di fronte ai limiti di una provincia che voleva essere e ancora non era. Poi gli anni che fuggono veloci, i rapporti che si diradano, la sua carriera politica che si sviluppa tra ministeri, presidenza del Consiglio, segretario della Dc e la fine del partito. E qui comincia una nuova storia.

Aderisce alla Margherita che non lo convince. Nasce il Pd. E’ tra i primi a crederci. Poi Veltroni, la mancata candidatura, la porta in faccia al segretario e il nuovo approdo nell’Udc. Non è che, a mio avviso, De Mita ci creda molto. Lo affascina il simbolo di una storia che fu. Diventa il partito di famiglia. Fino a quando Cesa, segretario del partito, non decide di allearsi con Berlusconi. No, proprio no, stavolta. Altra porta battuta in faccia. De Mita non demorde. Aveva un sogno: dare una casa ai moderati, recuperare il valore dei cattolici democratici. Per lui l’età non conta. Gira l’Italia come un giovanotto alle prime armi. Consegna suggestioni, porta a casa continue ovation. Ma ormai è troppo tardi per consegnare un pensiero realizzabile.

Intanto fa il sindaco con il desiderio di smettere questa esperienza. Ecco la scuola politica, i ragionamenti, senza mai perdere il contatto con la realtà, talvolta condita con il clientelismo anche spicciolo, ma il desiderio di esserci. Forse con il Pd. Ma no. E’ fallita la genesi di quel partito. Le diverse culture si sono trasformate in piccoli campi di gestione di potere. Direbbe lui: non c’è pensiero. Però, mai dire mai. Questa forse è la vera ragione ( le altre sono storie di familismo) per cui continua a fare notizia. Non è l’età. Perché la passione, quando c’è, non ha età. Aiuta a vivere e può anche diventare lezione per gli altri.

Per concludere. Io penso che egli, novantanni il prossimo febbraio, ha ancora qualcosa da dire, una suggestione da inseguire, una lucidità che va verso il futuro con lo sguardo rivolto al passato. Cosa che manca, purtroppo, a molti di coloro che hanno mezzo secolo meno di lui.

di Gianni Festa edito dal Quotidiano del Sud

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