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Ome è triste Venezia, soltanto un anno dopo/ Come è triste Venezia, se non si ama più/ Si cercano parole che nessuno dirà/ E si vorrebbe piangere e non si può più (Charles Aznavour). Non so perché ma oggi, dopo che il Parlamento, con lo psicodramma dei tre voti di fiducia, ha definitivamente approvato la nuova legge elettorale denominata Rosatellum, mi vengono in mente le malinconiche parole della canzone su Venezia triste che Aznavour ha reso famosa. Forse perché più che l’indignazione è la malinconia che mi assale in questo momento, mi viene di pensare: com’è triste l’Italia con i colori grigio- autunnali del rosatellum.

Com’è triste questo paese che ha spento la passione politica di migliaia di giovani che con generosità si sono impegnati per respingere, attraverso il referendum del 4 dicembre 2016, la definitiva cristallizzazione dei malanni che hanno asfissiato la democrazia italiana, animati dalla speranza che lo spirito vivificatore della Costituzione avrebbe rinnovato la nostra vita collettiva di comunità politica organizzata in Stato.

Abbiamo spiegato più volte che la Costituzione “vive” attraverso la legge elettorale. E’ il sistema elettorale che fa il sistema politico, che dà svolgimento al principio che la sovranità appartiene al popolo, che favorisce o impedisce l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese, che delinea il ruolo e la funzione dei partiti politici e garantisce o comprime il pluralismo politico/istituzionale, determinando in definitiva il grado di accesso nelle istituzioni delle domande, delle aspettative e delle aspirazioni presenti nella società civile e definendo, in questo modo, il volto e le caratteristiche della democrazia costituzionale.

Tutti sanno che la principale patologia che affligge la democrazia italiana è la crisi delle istituzioni rappresentative testimoniata, a tacer d’altro, dalla totale perdita di fiducia degli italiani nei partiti politici (3%) e nel Parlamento (8%). Questa disaffezione non deriva dal caso ma dal carattere oligarchico che ha assunto l’ordinamento politico. Un Parlamento addomesticato e mutilato nella rappresentatività e nella legittimazione sostanziale non ha più fornito, se non in misura marginale, canali di comunicazione efficaci con la società italiana e non costituisce più lo strumento attraverso il quale si dovrebbe esprimere – in via principale – la sovranità popolare. Attraverso l’italicum il ceto politico perseguiva l’ambizione di trasformare le elezioni in una mera procedura per investire un capo politico del potere di determinare la politica nazionale, a prescindere dal consenso ricevuto.

La Corte Costituzionale con la sentenza n. 35/2017 ha sbarrato per sempre questa strada. Abbandonato – obtorto collo – il sogno incostituzionale della democrazia d’investitura, i sarti legislatori hanno confezionato, attraverso il rosatellum, un sistema elettorale che, pur non potendo conseguire alcun risultato pratico in termini di governabilità, risponde perfettamente all’esigenza dei principali partiti di sequestrare al 100% la rappresentanza parlamentare, impedendo che i cittadini elettori possano mettere becco nella scelta dei propri rappresentanti, che ancora una volta, come capitava col porcellum, saranno nominati dai capi dei partiti e solo a questi dovranno rispondere.

Con il rosatellum in sostanza non cambia niente rispetto alla situazione attuale che tanto disagio e disaffezione ha provocato nella generalità dei cittadini italiani. Verrà mantenuto in piedi un sistema politico oligarchico che vede la rappresentanza parlamentare completamente irresponsabile rispetto al corpo elettorale. Le domande di rinnovamento della politica sono state completamente ignorate e adesso ci apprestiamo ad eleggere un nuovo Parlamento, impermeabile, come i precedenti al dialogo con la società civile. Ci sono tutte le premesse per dire com’è triste il nostro paese con i colori del rosatellum: si vorrebbe piangere e non si può più.

di Domenico Gallo edito dal Quotidiano del Sud

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