di Virgilio Iandiorio
Lucas De Linda pubblicò nel 1655 il libro Descriptio orbis et omnium ejus rerumpublicarum, dedicandolo a Venceslao Conte Leszczinski supremo tesoriere del Regno di Polonia e generale della Grande Polonia.
Era nato a Danzica nel 1625 Lucas De Linda, scrittore e giurista polacco, che nel 1655, cinque anni prima della morte, pubblicò a Leida in Olanda la Descriptio orbis et omnium ejus rerumpublicarum. Il libro venne pubblicato pochi anni dopo in altri paesi europei, e in Italia nel 1672 nella traduzione di Maiolino Bisaccioni, col titolo Le relationi et descrittioni universali et patricolari del mondo.
Il volume è una sorta di enciclopedia dei Regni e Stati dei quattro Continenti, quelli all’epoca conosciuti. Con notizie, per ogni paese trattato, dei “costumi antichi e moderni, della religione, delle forze e ricchezze, del governo civile e politico, la serie dei principi e delle famiglie illustri, giudizio politico e ragion di Stato”.
Come si può ben immaginare, molte pagine sono dedicate all’Italia. De Regno di Napoli l’autore, tra l’altro, sottolinea:” Questo regno è a guisa di un corpo, nel quale sono introdotti pessimi umori così propri, come introdottivi da parte esterne, onde ogni medico di Stato può perdervi la riputazione con facilità, se non sta con l’occhio dell’intelletto ben aperto, e in verità, che tra tutte le mutazioni, e vicissitudini di questo mondo, questo regno può servire di esempio, e tenere il primo luogo, perché se rimiriamo le sue istorie, trovaremo, ch’egli ha sempre avuti vari padroni”. E questo ha comportato secondo Lucas De Linda uno stato di agitazione politico mai sopito dei vari feudatari contro il re.
Parlando dei Principati esistenti nell’Italia del XVII secolo, il De Linda fa delle osservazioni sulle donne italiane, definendole con i soprannomi che si danno agli abitanti di città paesi e regioni, a modo dei blasoni popolari: “Le donne italiane sono da gli Autori notate di queste virtù e vizi. Le Sanesi belle, le Fiorentine delicate, le Perugine graziose, le Gaetane leggiadre, le Cosentine ostinate, le Beneventane selvagge, le Bolognesi altiere, le Modanesi beghigne, quelle di Cesenna avare, le Genovesi salaci, le Cremasche ingannatrici, le Piacentine difficili da trattarsi, le Lucchesi caste, le Pistoiesi piacevoli, le Romane gravi, le Capuane superbe, le Napolitane sollecite, quelle di Brindisi pigre, le Ferraresi affabili, quelle di Ravenna amorevoli, le Urbinate benigne, le Vicentine costanti, le Parmigiane tenaci, le Pavesi avide del guadagno, le Milanesi piene di urbanità, le Piemontesi garrule, le Veneziane nobili severe, le plebee petulanti, le Veronesi graziose, le Bresciane vivaci e diligenti, quelle di Lodi superstiziose, le Cremonesi sommose (smorfiose?), le Trivigiane gelose, le Bergamasche astute, le Aretine stringate, le Pozzolane (Puteolane) d’una bellezza venusta”.
Degli uomini di Gaeta, sottolinea:” Questi di Gaeta sono grandemente inclinati all’armi e in esse riescono, le donne loro sono bellissime, ma però aiutansi con l’arti e sono così dedite agli amori, che non temono di amar chi non è suo, gli uomini studiano la gravità del parlare, le donne sono vantatrici, li nobili non amano meno li cavalli di quello che fanno le donne (qui parla de Napolitani)”.
Sempre a proposito delle italiane il nostro autore dice:” Le donne sono tenute nelle case et nelli chiostri captive, né le lasciano vedere nemmeno alli più prossimi amici, se non per gratia particolare; questo può dirsi de Senesi et de Calabresi e di qualche altra città, dove non è Corte, o dove non si vive alla Cortigiana, perché nel restante l’autore può dirsi che non abbia veduta l’Italia”. Quest’ultima osservazione è di Bisaccioni, il traduttore.


