Riceviamo e pubblichiamo dal prof. Alberico Mitrione
Tutto nasce da una semplice, attenta passeggiata. Camminando per le strade di Avellino, osservando con occhio critico i giardini privati e, soprattutto, le aree verdi pubbliche, emerge un quadro botanico che dovrebbe farci riflettere. Sempre più spesso, i nostri spazi urbani sono colonizzati da specie vegetali che non hanno nulla a che fare non solo con l’endemismi irpini, ma nemmeno con i confini del nostro continente. L’episodio che ha fatto scattare questo campanello d’allarme è avvenuto nei pressi del Centro Australia. Lì, in una grande aiuola, hanno piantato dei fichi d’India. Forse non tutti sanno – e probabilmente lo ignorava anche chi ha deciso di piantarli in quel punto – che il fico d’India (Opuntia ficus-indica) nasconde un inganno già nel nome. Non proviene dall’Asia, come la parola “India” suggerirebbe (retaggio di un antico errore geografico), ma dagli ambienti aridi e desolati del Messico. Certo, la storia di questa pianta nel nostro Paese è antica. È stata introdotta in Italia e ampiamente utilizzata nel Meridione per segnare i confini di proprietà, come foraggio per gli animali e, naturalmente, per i suoi frutti deliziosi. Ma dietro questa generosità si nasconde una vera e propria minaccia ecologica. Il fico d’India è classificato como specie aliena altamente invasiva. La sua forza vitale è spaventosa: anche un piccolissimo frammento staccato dalla pianta madre ha la capacità di radicare e generare un nuovo individuo, espandendosi in tutte le direzioni. La sua eradicazione è un incubo per i botanici e per chi gestisce il verde pubblico: l’intervento meccanico è complicato proprio per la facilità con cui la pianta si frammenta e si moltiplica, ed è persino in grado di resistere al passaggio del fuoco. Ha trovato nel Sud Italia un clima ormai fin troppo favorevole, complice il riscaldamento globale. Mi chiedo, dunque: cosa c’entrano dei fichi d’India in un’aiuola ad Avellino?
L’anomalia non si ferma alle grandi cactacee. Basta abbassare lo sguardo sulle fioriere della nostra città, sia quelle stradali che quelle che adornano i balconi privati. Molti avranno notato quei fantastici, piccolissimi fiori viola o rosa che si aprono radiosi durante il giorno per richiudersi timidamente di notte. Si tratta del Lampranthus spectabilis, una pianta che ha origine e provenienza dal Sudafrica. È innegabilmente bella, ma condivide con il fico d’India una caratteristica pericolosa: un’estrema capacità di adattamento. Si riproduce facilmente da singole parti, non richiede cure particolari, non ha bisogno di acqua. “Fa tutto da sola”, colonizzando lo spazio a discapito di altre specie.
Se poi allarghiamo lo sguardo alle infrastrutture urbane, l’evidenza diventa ancora più nodale. Nelle varie aree spartitraffico della città, così come all’interno del verde attrezzato e dei parchi pubblici, è ormai facilissimo notare la presenza massiccia dell’Agave. Anche questa pianta imponente proviene da ben oltre i confini comunitari, originaria anch’essa delle zone aride del continente americano. Ma ciò che spesso si ignora è la sua straordinaria capacità di resistere alle condizioni più avverse e di riprodursi in maniera estremamente veloce. L’agave è caratterizzata da un ciclo vitale che dura circa 20 anni. Il risultato finale di questo ventennio è, paradossalmente, la sua morte, che sopraggiunge subito dopo un’unica, maestosa fioritura. Tuttavia, questo apparente “capolinea” biologico è in realtà un inganno: contemporaneamente al deperimento della pianta madre, alla sua base assistiamo alla formazione di nuove, piccole piante di agave. Queste ultime, forti e già autonome, ricominciano immediatamente il ciclo di crescita e riproduzione, garantendo alla specie una perpetuazione inarrestabile sul territorio. Vedere queste sculture vegetali prosperare con tanta disinvoltura nel cuore della nostra città non è solo una scelta di arredo urbano: è un monito silenzioso. Queste piante sono, forse, i precursori di quelli che saranno gli scenari futuri delle nostre aree e della nostra amata Irpinia. Complici i cambiamenti climatici in atto, che stanno progressivamente innalzando le temperature e modificando il regime delle piogge, il nostro territorio rischia di tropicalizzarsi. L’agave che oggi decora una rotonda potrebbe essere lo specchio del paesaggio irpino di domani, un paesaggio che sta perdendo la sua storica freschezza per arrendersi a scenari aridi.
Come ultimo e definitivo esempio di questa visione distorta del verde pubblico, è impossibile non riscontrare in diverse zone della città la presenza dell’Alianto (Ailanthus altissima). Parliamo di un’altra specie botanica fortemente invasiva, caratterizzata da una velocità di riproduzione e crescita sbalorditiva, che avviene sempre a totale discapito delle altre specie autoctone, letteralmente soffocate e surclassate dalla sua capacità di colonizzare il suolo. Anche questa pianta di irpino non ha assolutamente nulla e, se vogliamo allargare gli orizzonti, non ha nulla a che fare nemmeno con il territorio comunitario. La sua provenienza è asiatica, tipica delle aree tropicali e subtropicali, dunque ecologicamente e geograficamente distante anni luce da noi. L’ironia più grande risiede nel suo nome comune: viene infatti chiamato poeticamente “albero del paradiso”.
Ma per la biodiversità del nostro territorio, di paradisiaco questo albero ha ben poco; rappresenta invece un vero e proprio alieno spietato che si insinua nelle crepe del nostro tessuto urbano e nei nostri parchi, alterando la memoria visiva e biologica della nostra terra. Questo albero, ormai, ha preso letteralmente il sopravvento: lo si può trovare ovunque, dai giardini privati alle aiuole, nelle aree abbandonate, così come in pieno centro città e nella periferia più estrema. C’è un’amara ironia in tutto questo: a forza di vederlo spuntare in ogni angolo, sembra quasi essere diventato “irpino” anche lui. Ma non dobbiamo abituarci alla sua presenza silenziosa, perché parliamo di un organismo aggressivo che, a lungo andare, può sostituire tranquillamente le piante endemiche del nostro territorio, cancellando la vera identità del nostro paesaggio.
Di contro, mentre assistiamo passivamente alla proliferazione e alla piantumazione di queste specie aliene, abbiamo completamente abbandonato alla loro triste sorte i platani del nostro capoluogo. Quella che per tutti gli avellinesi è storicamente la “via dei platani” (Viale Italia), un tempo era un trionfo di natura, un viale monumentale che durante le calde estati avellinesi regalava a cittadini e passanti un po’ di preziosa frescura e ombra rigogliosa. Oggi quel patrimonio è vittima dell’incuria e di scelte urbanistiche scellerate: intorno ai tronchi sono state costruite aiuole cementificate, vere e proprie gabbie di asfalto e cemento che hanno soffocato le radici, impedito il corretto scambio idrico e radicale e, di fatto, avuto come unico scopo quello di accelerare la morte di questi alberi storici. Il risultato di questa mancanza di tutele è sotto gli occhi di tutti, scandito da un triste rituale: di tanto in tanto la strada viene chiusa al traffico, non per una manifestazione culturale, ma per l’abbattimento dell’ennesimo platano secolare malato, non curato e ormai ridotto a un pericolo pubblico. Una ferita profonda all’identità e alla memoria di Avellino. Il problema alla radice di questa “anarchia botanica” e di questi scempi è chiaro: sul nostro territorio non è mai stata realizzata una mappatura puntuale delle specie presenti. Non parliamo delle generiche carte della vegetazione macroscopica, ma di un’analisi dettagliata, albero per albero, che riguardi tutto il comune di Avellino e, per estensione, l’intero territorio irpino. Senza un censimento preciso, non solo ignoriamo l’avanzata delle specie aliene, ma rischiamo di dimenticare le nostre ricchezze. È fondamentale portare a conoscenza di tutti i cittadini l’esistenza di esemplari che rivestono una particolare importanza scientifica ed ecologica, oltre a individuare e censire quelle piante che ormai possono essere dichiarate a tutti gli effetti secolari. C’è un immenso valore educativo e culturale che stiamo perdendo. Sarebbe straordinario se un bambino, un ragazzo o un qualunque cittadino, durante una passeggiata in città o nei parchi, potesse avvicinarsi a un albero, leggerne la descrizione e apprenderne la storia. Capire, insomma, che quella determinata pianta vive lì non per un caso o per una moda passeggera, ma perché è endemica, custode della nostra biodiversità e perfettamente in sintonia con il clima e la storia dell’Irpinia. Per realizzare tutto questo, però, serve una rivoluzione culturale all’interno delle stanze del potere locale. Ad oggi non è più possibile, né tollerabile, concepire la macchina amministrativa della cosa pubblica a compartimenti stagni, con settori che si occupano esclusivamente di Cultura e altri che si occupano strettamente di Ambiente. Questa separazione è un retaggio del passato che blocca ogni reale progresso. Oggi serve una profonda connessione e trasversalità. La “cultura” non è solo mostre o eventi teatrali, e l’”ambiente” non è solo la gestione dei rifiuti o lo sfalcio dell’erba. La fusione di questi due mondi genera la cultura ambientale, l’unica forza capace di fare vera educazione sul territorio. E da dove si potrebbe partire per costruire questa consapevolezza se non da ciò che ogni cittadino ha quotidianamente sotto gli occhi? I nostri parchi, i giardini pubblici, le aiuole e persino le rotonde stradali non sono semplici “spazi vuoti” da riempire con la prima pianta che capita, ma aule a cielo aperto, tessere di un mosaico didattico e identitario. Proprio in quest’ottica, un’ottima proposta che l’Assessorato alla Cultura e quello all’Ambiente dovrebbero promuovere congiuntamente è la creazione di un vero e proprio “Manuale degli Alberi del Comune di Avellino”. Non un semplice elenco cartaceo, ma una guida scientifica e divulgativa accessibile a tutti, che indichi le caratteristiche botaniche di ogni esemplare, una rigorosa classificazione scientifica e l’età stimata delle piante. Il tutto, ovviamente, integrato da un sistema di geolocalizzazione (magari tramite un’applicazione o codici QR posizionati direttamente sui tronchi o nei pressi delle aiuole) – un’iniziativa che, ad oggi, si intravede solo timidamente all’interno della Villa Comunale di Avellino. Questo manuale diventerebbe lo strumento perfetto per connettersi attivamente con la scuola di ogni ordine e grado. Avvicinando gli istituti scolastici a questo progetto, si potrebbe avviare una campagna di sensibilizzazione mirata, partendo proprio dai più giovani, per radicare in loro una nuova e duratura coscienza ecologica. Per amministrare la città in questo modo occorrono competenze specifiche, sguardi lungimiranti e una nuova visione politica. Dobbiamo superare la logica della “classica manutenzione” – intesa come semplice cura estetica e contenimento del verde – per passare alla costruzione di saperi. Dobbiamo reimparare e insegnare ai cittadini come ci si rapporta correttamente con l’ambiente e con l’ecosistema che ci ospita. L’osservazione di queste piante “aliene”, la fine ingiusta dei nostri platani e la mancanza di dati non devono essere una semplice curiosità botanica, ma il punto di partenza per una nuova politica ambientale per la nostra città. Abbiamo bisogno di un profondo cambio di paradigma, di una nuova visione di cultura del verde che parta dall’Amministrazione comunale e coinvolga i cittadini attraverso azioni precise:
- Riforma Amministrativa Intersettoriale: Unire le competenze degli uffici Cultura e Ambiente per pianificare il verde urbano non più come mero arredo o fastidio da potare, ma come patrimonio culturale, storico e scientifico della città.
- Mappatura, Geolocalizzazione e il “Manuale degli Alberi”: Avviare un’analisi sistematica e digitale del patrimonio arboreo di Avellino. Creare una mappa interattiva che cataloghi caratteristiche botaniche, classificazione scientifica ed età degli esemplari, prendendo come spunto ciò che oggi si intravede solo timidamente nella Villa Comunale per estenderlo a tutto il territorio, proteggendo le piante secolari e salvando i platani rimasti.
- Sinergia con le Scuole e Coinvolgimento Urbano: Trasformare il verde pubblico in un museo a cielo aperto connesso con le scuole di ogni ordine e grado. Utilizzare il Manuale degli Alberi come testo didattico sul campo, affinché i giovani possano riconoscere la flora autoctona e sviluppare una nuova sensibilità ambientale.
- Tutela della biodiversità locale: Sostituire progressivamente, soprattutto nelle aree pubbliche, negli spartitraffico e nei parchi, le specie esotiche e invasive con piante endemiche dell’Irpinia. La nostra terra vanta un patrimonio floristico ricchissimo, perfettamente adattato e vitale per gli insetti impollinatori locali.
- Manutenzione ecologica e contrasto al cambiamento climatico: Smettere di scegliere le piante solo perché “richiedono poca manutenzione” o perché resistono al secco estremo, e smettere di soffocarle nel cemento. Il verde urbano deve essere uno strumento consapevole per mitigare il cambiamento climatico, non un modo per arrendersi passivamente alla desertificazione o alla tropicalizzazione del nostro territorio.
Ad Avellino non mancano né la cultura né le radici per comprendere questo cambiamento. È tempo di smettere di importare paesaggi messicani, sudafricani o asiatici, smettere di uccidere la nostra storia vegetale, e ricominciare a piantare, mappare, curare e amare la vera natura irpina, prima che sia il clima a decidere per noi.
Gli effetti delle specie aliene sulla biodiversità sono immensi, insidiosi e quasi sempre irreversibili. (Unione internazionale per la conservazione della natura IUCN, 2000



