Un difetto di motivazione sulla consapevolezza del contributo offerto da Bernardo Cava, detto “Alduccio” alla preparazione e all’organizzazione dell’omicidio di Ottavio Colalongo, avvenuto il 17 dicembre 2025 a Scisciano. Per questo motivo i giudici della Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione, accogliendo uno dei motivi proposti dal difensore di Cava, il penalista Claudio Frongillo, hanno annullato con rinvio ad una nuova Sezione del Tribunale del Riesame la valutazione sulla decisione del Giudice per le indagini preliminari che aveva applicato la misura cautelare della custodia in carcere a Bernardo Cava, perché ritenuto gravemente indiziato di concorso nel reato di omicidio eseguito ai danni di Colalongo nel dicembre del 2025.
L’indagine era partita dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Castello di Cisterna, insieme alla Dda di Napoli, grazie a un trojan installato nell’ambito di un altro procedimento sul telefono di uno degli indagati, Ciro Guardasole. Dalle conversazioni intercettate era emerso un quadro netto: l’omicidio di Colalongo sarebbe maturato dentro la strategia violenta del gruppo criminale guidato da Nicola Luongo, Antonio Covone e Antonio Aloia, articolazione territoriale del clan Moccia, per affermare la propria forza sul clan rivale dei Filippini. Colalongo era affiliato proprio a quest’ultimo clan, ma negli ultimi tempi era “caduto in disgrazia”. Una vittima ideale, per un’azione dal valore esemplare.
L’agguato è stato ricostruito grazie alle telecamere di zona. Colalongo arriva sul posto in scooter. Gli aggressori lo raggiungono a bordo di una Honda Transalp, guidata da un uomo identificato in Polverino. Il passeggero scende. È Antonio Aloia. Spara, poi finisce Colalongo con un colpo alla testa mentre è già a terra. Fugge, in modo maldestro, abbandonando un borsello con dei telefoni cellulari e le chiavi di una Citroen C3, la vettura che lo stesso Aloia aveva usato in precedenza per muoversi durante la latitanza.Ed è qui che entra in scena Bernardo Cava. Le intercettazioni gli attribuiscono un ruolo preciso: la guida di un’Alfa Romeo Stelvio, impiegata in una staffetta organizzata per trasferire Aloia dalla zona dell’Avellinese, dove si nascondeva, fino a Casamarciano, dove poche ore dopo sarebbe stato commesso l’omicidio. Gip e Riesame, su questo punto, erano stati concordi: Cava era alla guida di quella staffetta. I tabulati telefonici e le riprese lungo il percorso lo confermavano, così come le conversazioni in cui gli indagati, parlando tra loro di episodi vissuti in prima persona e non di ipotesi, lo indicavano ora con il soprannome “Alduccio”, ora come fratello di Antonio Cava, detto “NdoNdo”.
La difesa aveva sollevato un’obiezione precisa, fondata su circostanze già accertate: Cava non risultava coinvolto nella fase ideativa e organizzativa dell’omicidio, protrattasi per giorni. Era estraneo alle dinamiche del clan Moccia, di cui non faceva parte. E soprattutto era uscito di scena ore prima dell’agguato, lasciando Aloia e gli altri componenti della staffetta in un luogo diverso da quello dove poi si sarebbe consumato il delitto. Secondo questa ricostruzione, Cava si sarebbe limitato a garantire un supporto logistico, come già fatto nei mesi precedenti, per lo spostamento di un latitante, senza essere stato informato del reale obiettivo di quel trasferimento.Questa obiezione, scrivono i giudici di legittimità, “non è stata presa in esame”. La Cassazione lo mette nero su bianco: “È carente, invece, la motivazione relativa alla consapevolezza di Cava in ordine alla strumentalità del suo contributo personale alla consumazione dell’omicidio”.
Ora la parola passa d una nuova sezione del Tribunale del Riesame, che dovrà rivalutare la posizione di Cava tenendo conto proprio di quanto finora ignorato.

