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Massimo Bonetti all’Ariano Film Festival: nell’Invisibile filo rosso ho superato una grande sfida. E pensare che volevo fare il calciatore!

di Floriana Mastandrea

“Interpreto i miei personaggi intensamente, calandomi appieno nella situazione che vivono per evitare di lasciarmi trascinare in una falsa recitazione”, – così Massimo Bonetti, intervenendo ad Ariano Irpino, alla chiusura della 14ma edizione dell’AIFF (Ariano International Film Festival), parlando del film, attualmente nelle sale, L’invisibile filo rosso, di cui è stato protagonista.

Una straordinaria carriera iniziata per caso

Attore di teatro, cinematografico e televisivo tra i più raffinati, sensibili e carismatici del panorama italiano, con 120 film all’attivo, Bonetti nel corso della sua lunga carriera ha interpretato svariati ruoli e fatto incontri straordinari, da Massimo Troisi a Maradona, ai fratelli Taviani, a Pupi Avati. Nato a Roma nel 1951, da ragazzo giocava a pallone senza pensare lontanamente a fare l’attore. Il suo debutto artistico vero e proprio avviene sotto la direzione di Giorgio Strehler. Come ha tenuto a precisare nell’intervista: “Ho iniziato l’esperienza teatrale nel 1978, senza gavetta, come un calciatore che inizia a giocare direttamente in nazionale senza aver fatto mai un giorno in serie A. Ne La tempesta (al Piccolo Teatro di Milano), interpretavo il ruolo di Ferdinando (n.d.r.., Ferdinand, figlio del re di Napoli). La tournée fece 400 repliche nei migliori teatri, tra Los Angeles, New York, Parigi, Roma, Firenze”.
Quindi è seguito Cyrano de Bergerac, diretto da Maurizio                                                                                               Anche con Scaparro è stata una grande soddisfazione artistica. Interpretavo Cristiano de Neuvillette e lo abbiamo replicato a Parigi, al Palais de Chaillot, davanti a migliaia di persone.                                                                            A seguire, molti altri lavori, tra cui: La trappola, un monologo di 50 minuti tratto dalla novella di Pirandello (al Flaiano di Roma). Historia di Don Chisciotte Cavaliere della Mancia e Sancho Panza suo fido scudiero, fu invece un’estiva con Lello Arena di circa 40 piazze estive, in anfiteatri che ogni sera venivano regolarmente riempiti da 6-7000 persone. Anche quello, un grande successo
E La guerra fredda della famiglia Sox?
Una divertente commedia scritta dal bravo Gianluca Tocci, uno spettacolo proposto tra Roma e Milano, nel quale ho avuto la soddisfazione di scoprirmi anche attore comico.
Com’è avvenuto il debutto cinematografico?
Da giovane giocavo a pallone, al cinema non ci pensavo proprio. Da piccolo mi ritrovai a fare il provino per il bambino protagonista de La steppa, di Alberto Lattuada, che non mi prese, perché, spiegò a mio padre, avevo dei lampi di furbizia degli occhi che non erano adatti al personaggio. A 17 anni mi capitò di fare il provino per Fellini Satyricon. Ero in montagna a Rocca di Mezzo, in estate, quando un assistente di Fellini, si avvicinò per chiedermi se mi interessasse il cinema, ma rifiutai perché preferivo il calcio. In seguito mi ritrovai per caso e in maniera rocambolesca, a lavorare con Umberto Lenzi nei “poliziotteschi” degli anni Settanta, con particine ne: Il cinico, l’infame, il violento, La banda del gobbo, Il trucido e lo sbirro. Interpretavo il ladruncolo di turno, ma non mi sentivo attore, sebbene Lenzi mi avesse scelto per la mia faccia espressiva.

Nel 1977 arrivò Sergio Citti con Casotto. Guardandomi intorno sul set del film, vedevo attori del calibro di Gigi Proietti, Paolo Stoppa, Michele Placido, Ugo Tognazzi, Mariangela Melato, Jodie Foster… Il mio ruolo nel film era sostanzioso e così mi convinsi che forse stavo proprio diventando un attore. Di lì a poco mi ritrovai, direi in maniera violenta, al Teatro Lirico a recitare accanto a Tino Carraro e Giulia Lazzarini. Ricordo che il Corriere d’Informazione mi fece la prima intervista e capii che a quel punto non potevo più tirarmi indietro, ero un attore… e cominciarono lavori come Storia d’amore e d’amicizia di Franco Rossi (film in 6 puntate, come amava precisare il regista, diretto per la Rai nel 1982), a cui ne sarebbero seguiti molti altri, da La piovra (1983) a Poliziotti, La squadra (dal 2000 al 2007), Distretto di polizia, fino alla miniserie Il generale dei briganti (2012).   Con i fratelli Paolo e Vittorio Taviani avrei girato La notte di San Lorenzo (1982) e Kaos (1984), mentre con Massimo Troisi, Le vie del Signore sono finite (1987). Nel contempo giravo film anche con Pupi Avati (ne avrei girati 7): Ultimo minuto (1987), Storia di ragazzi e ragazze (1989). Ancora con i Taviani, Il sole anche di notte (1990) e di nuovo con Avati, Festival (1996), Il figlio più piccolo (2009), mentre esordivo anche alla regia con Quando si diventa grandi (2010) e giravo ancora con Avati, Il cuore grande delle ragazze (2011), fino all’ultimo, Nel tepore del ballo (2026).   Con Pupi sto girando proprio in questi giorni (fino ad ottobre) la serie Gotico Padano (thriller-noir in 5 episodi), per Rai Uno.

Com’è stata scoperta la vocazione da attore?
Non mi sono mai addormentato ripromettendomi di fare l’attore o dicendomi: ce la devo fare. La mia vocazione era fare il calciatore, sogno che stava per concretizzarsi, finché una serie di vicissitudini, mi costrinsero ad abbandonarlo. A fare l’attore, mi hanno spinto i vari registi che ritenevamo avessi talento e andando avanti, mi sono convinto anch’io di saper fare qualcosa.

I rapporti con colleghi e registi
Con Massimo Troisi c’è stato un grande rapporto decennale
Gli intensi anni con lui sono stati di grande rispetto e profonda amicizia: parlavamo di belle ragazze (entrambi, possiamo dirlo, ne abbiamo avute tante), calcio, ironia e ricerca di situazioni che ci facessero ridere. Era una persona semplice, corretta, un grande artista. Non l’ho mai sentito parlar male di qualcuno, non conosceva né invidia, né rancore. Era un involontario maestro di vita, è stato un po’ il mio mentore: non c’è giorno in cui non lo ricordi. Dopo la sua scomparsa sono cambiato: vedo le cose diversamente rispetto a come le vedevo prima di conoscerlo.
Nel 1993 interpretavi Ninni Cassarà in Giovanni Falcone, del compianto Giuseppe Ferrara, con cui anch’io ho scritto a suo tempo una sceneggiatura sul tema dell’eutanasia: che ricordo nei hai?
Beppe Ferrara impose il mio nome al produttore Di Clemente, che avrebbe voluto un altro attore, dicendogli che in tal caso, sarebbe dovuto passare sul suo cadavere! Di Beppe ricordo il viso, che sprizzava umanità da tutti i pori, il suo sguardo così tenero, profondo, bonario, il sorriso meraviglioso. Con lui è stato un rapporto quasi padre-figlio: ha diretto il film su Falcone con affetto, tanto che mi accarezzava, abbracciava, mi faceva sentire protetto, in una botte di ferro e io ho cercato di dare il massimo. Stando alle critiche, ci sono riuscito. L’unico rammarico è di aver fatto con lui un solo film.
L’invisibile filo rosso, una sfida riuscita
Nel film, ambientato nel 1953, Bonetti interpreta Giovanni Anesini, un uomo lucido, internato nello spietato manicomio di Pergine Valsugana (TN) durante il regime fascista, in quanto oppositore politico. Sarà lui a raccontare a Gennaro, il giovane infermiere giunto da Ischia, ingiustizie e drammi, portando alla luce la vicenda di Ida Dalser, che prima che il Duce salisse al potere, gli aveva dato un figlio, ma per cancellarne la memoria era stata internata (e vi morì nel 1937).
“Quando ho letto la straordinaria sceneggiatura, scritta da un giovane regista come Alessandro Bencivenga, che non ha nulla da invidiare ai grandi maestri con cui ho lavorato, e la sceneggiatrice Irene Cocco, due menti intelligenti al di sopra della media, con cui spero di lavorare ancora, ho considerato che il personaggio di Anesini era di enorme difficoltà, ma la sfida valeva la pena. L’ho considerata come la possibilità di coronare tutti i ruoli interpretati in precedenza ed esserci riuscito, mi ha gratificato enormemente”.

Un breve estratto della critica riportata da Movie International, che definisce la sua interpretazione: “il momento più compiuto della sua maturità artistica, una performance di rara bellezza, intensa, commovente e tecnicamente impeccabile. Ogni personaggio affrontato in passato sembra aver contribuito alla nascita di questa straordinaria interpretazione, nella quale Bonetti mette in campo tutto il suo bagaglio umano e professionale raggiungendo un livello espressivo di assoluta eccellenza. La sua recitazione è una magistrale lezione di cinema. I suoi tempi recitativi sono semplicemente perfetti: riescono a creare tensione, emozione e verità con naturalezza che appartiene soltanto ai grandi interpreti. Ogni silenzio diventa parola, ogni sguardo diventa racconto, ogni movimento del corpo diventa emozione pura”.
Ancora Bonetti: “L’invisibile filo rosso è un film d’essai, che va sostenuto. È uscito a febbraio in 80 sale, è stato proiettato anche al Festival di Venezia e sta incassando in media 2.000 euro a serata, finora è stato visto da circa 18.000 spettatori. Se si pensa che un film come Il Vangelo di Giuda, costato milioni di euro, con un cast internazionale, incassa circa 140 euro a sera, è una bella soddisfazione.
La crisi del cinema
Con Bonetti si parlerebbe volentieri per ore, così gli ho chiesto da cosa nasca la crisi del cinema…
Il cinema è una scommessa. Se lo guardiamo dal punto di vista degli incassi, è precario. Escludendo Zalone, dei successi internazionali e qualche sporadica meteora nazionale, gli altri faticano. Cinema e crisi sono sinonimi, anzitutto perché non si è aiutati dalle istituzioni, che spesso finanziano film che non verranno mai realizzati. Gli anni del padre di Stefano Veneruso, un gran bel film in cui ho recitato anch’io, dal 2025, deve ancora ricevere dal Ministero l’ultima tranche di finanziamento. Io stesso da oltre un anno e mezzo, devo ancora percepire quanto mi spetta.
La crisi artistica è anche peggiore: il cinema italiano è affidato a una comitiva autoreferenziale con nomi che fanno il bello e il cattivo tempo, con film mediocri, attori e registi mediocri, che fanno flop al botteghino: non c’è meritocrazia, non lavora chi sa, ma chi inciucia.
I festival del cinema sono utili?
In queste serate, ormai diffuse un po’ ovunque, c’è il desiderio di incontrare il pubblico e creare reciprocità nel condividere ciò che si è fatto. Non sono mai rimasto deluso dall’interazione con la gente, dal suo affetto, anche quando ho ricevuto delle critiche intelligenti. Quel che un po’ spaventa è l’organizzazione: non sempre ti trovi garantito e rispettato. A volte mi è capitato di ritrovarmi con un microfono in mano, a disagio, chiedendomi il senso della mia presenza in quel contesto. Alla fine ci passi sopra, capisci che non si sono documentati. Non sanno cosa voglia dire dedicare una vita intera, come ho fatto io, al mestiere dell’attore. Rimane però la grande gioia di parlare col pubblico e condividere con lui le idee.
Non perdere l’ultimo film di Bonetti, vuol dire non solo godere di una grande performance recitativa, ma immergersi nella Storia, quella che troppo spesso viene dimenticata o persino negata e che quest’opera ha coraggiosamente riportato alla luce.

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