Riflettevo sul significato dell’affermazione “vecchia politica” e mi chiedevo se questo dire nel linguaggio comune potesse risuonare come offesa per chi ne fa spesso uso. Penso, alla luce di ciò che oggi accade, che l’affermazione sia invece da collocarsi nella sfera dei rimpianti e che evocarla conduca a prestigiosi esempi della storia politica del passato.
Ciò, invece, che non mi è del tutto chiaro è come, e perché, la politica dell’oggi, a tutti i livelli, agisca molto spesso contro la società civile, distanziandosi dall’obiettivo del bene comune.
Certo, da Aristotele ai tempi nostri i comportamenti politici hanno fatto registrare una evoluzione secondo il contesto del tempo vissuto. E oggi? La politica non fa più riferimento ai bisogni delle comunità, ma solo al proprio interesse. È probabile che anche nel passato esempi di questo tipo non siano mancati, ma credo non in modo così esponenziale come oggi accade. In realtà, del rapporto tra polis e l’odierna politica resta poco. Si sono perduti i contenuti valoriali che ne alimentavano la credibilità, tra cui la morale e l’etica.
Ebbene di questa politica valoriale sono un nostalgico, nel senso che il riferimento tra passato e presente mi induce a registrare una caduta di stile nei comportamenti e nei contenuti. Si dice spesso che la politica è cambiata per la velocità dell’informazione, per la quantità dei messaggi scambiati in un solo giorno e, soprattutto, perché spesso viene a mancare il tempo per una riflessione approfondita. Di ciò danno conto molti programmi televisivi le cui reazioni tra i vari competitor sono imprevedibili, trasformandosi in uno spettacolo irriguardoso rispetto a chi si trova ad assistere, ricevendone un messaggio sbagliato, poco educativo e soprattutto in versione populista. Immaginate i confronti nella Prima Repubblica moderati da Jader Jacobelli, che si verificavano nel segno della buona educazione, del rispetto per i competitor e quasi sempre si concludevano con una cordiale stretta di mano.
Ricordo alcuni di questi dialoghi e altri sono andato a ripescarli nel mio archivio. Si trattava di personaggi la cui cultura politica era nell’orgoglio dell’appartenenza e nella difesa composta delle proprie idee: Aldo Moro, Palmiro Togliatti, Pietro Nenni, Giorgio Almirante, ecc…
Sì, c’erano pure esempi di trasformismo, ma chi ne era protagonista non assurgeva ad eroe della patria. Chi sottolineava il vizio di cambiare casacca veniva additato come traditore. E oggi? Il cambiamento da un partito all’altro, sempre in ragione di conquistare potere, a volte solo briciole, è all’ordine del giorno senza “scuorno”.
Oggi dire politica significa mettersi in concorrenza per fare affari. È l’economia a guidare la politica. Lo fa con arroganza e prepotenza. Lo si desume anche dai provvedimenti del governo emanati alla vigilia delle elezioni politiche. Ciò vale per il bollo auto, per le pensioni con riferimento all’età, per tutti quegli argomenti che sono finalizzati a rendere sempre più profondo il solco tra ricchezza e povertà. I superprofitti delle banche, per i quali solo a parole si è capaci di intervenire, sono uno schiaffo ai veri bisogni delle comunità. La destra naviga in queste contraddizioni, la sinistra grida, ma non riesce a costruire una politica alternativa. La scomparsa dell’etica, della moralità guida il percorso della nuova politica. E tutto è ancora più difficile perché mancano protagonisti credibili in grado di modificare questo stato di cose.

