di Rosa Bianco e Fiore Carullo
Alcuni riconoscimenti appartengono alla cronaca di una sera; altri, più raramente, assumono nel tempo il valore di una testimonianza. Il Premio Prata, fondato e presieduto da Antonietta Gnerre, tornato quest’anno alla sua XVI edizione dopo cinque anni, appartiene certamente a questa seconda categoria. Nella Basilica Paleocristiana della SS. Annunziata, gremita di pubblico, di voci e di musica, la cultura ha ritrovato la sua dimensione più autentica: quella di una comunità capace ancora di emozionarsi, riconoscersi e condividere la bellezza.
Tra i momenti più intensi della serata vi è stato quello in cui Gianni Festa, direttore del Corriere dell’Irpinia e decano del giornalismo italiano, ha consegnato a Monia Gaita il Premio per il libro di poesia.
Non è un dettaglio della cerimonia. È, piuttosto, un’immagine che contiene molto del senso stesso del Premio.
Gianni Festa è un giornalista che l’Irpinia non si è limitato a raccontarla: l’ha attraversata, osservata, interpretata per decenni. Ne conosce i paesi, le trasformazioni, le contraddizioni, le stagioni culturali e politiche, le ferite dello spopolamento e la tenacia di chi continua a credere che questa provincia possa ancora generare pensiero, cultura, bellezza.
La sua è una conoscenza che non nasce dal mero distacco dello studioso, ma dalla lunga frequentazione della realtà. È la conoscenza di chi ha fatto del giornalismo una forma di presenza civile e del racconto del territorio una responsabilità.
Per questo la scelta di affidare proprio al Direttore Festa la consegna del riconoscimento a una poetessa che ha fatto dell’Irpinia una delle matrici profonde della propria scrittura assume un significato particolare.
E la motivazione da lui personalmente scritta per Monia Gaita possiede la precisione di un giudizio critico e, insieme, la misura di una dichiarazione di poetica:
«“Per aver offerto, attraverso la forza della parola poetica, una testimonianza viva di bellezza, riflessione e ascolto delle profonde inquietudini del nostro tempo. I suoi versi scavano con nitidezza nella complessità dell’esistenza, offrendo al lettore uno spazio di sosta e verità interiore in cui la poesia torna ad essere uno strumento indispensabile di comprensione.”»
È una motivazione che restituisce alla poesia il suo compito più autentico: non decorare la realtà, ma interrogarla. Non consolare necessariamente, ma comprendere. Cercare, attraverso la parola, quella verità interiore che il rumore del presente spesso rende difficile ascoltare.
Monia Gaita ha accolto il riconoscimento con una commozione evidente, sottolineando quanto per lei fosse diverso ricevere un premio nella propria terra. Ha parlato dell’Irpinia come della sua appartenenza più preziosa e ha richiamato la necessità di difendere, in un’epoca dominata dall’utilitarismo e dalla pervasività tecnologica, la bellezza, la speranza, la felicità e la libertà della parola.
Un discorso che ha trovato la sua naturale prosecuzione nei versi letti subito dopo.
La poesia scelta dalla Gaita racconta, infatti, l’Irpinia attraverso la figura di una giovane laureata costretta a partire. È la metafora di una generazione che studia, si forma, sogna, ma spesso è costretta a cercare altrove il proprio futuro. L’emigrazione diventa così una ferita personale e insieme collettiva.
Eppure quella ragazza che parte non riesce a portare via soltanto se stessa: porta con sé i campi, le spighe, i castagni, i faggi, le chiese, i ricordi familiari. Porta soprattutto una terra che continua ad abitare dentro di lei.
L’Irpinia descritta dalla poetessa è dunque una terra dalla quale si può partire, ma che non si può abbandonare davvero. È una geografia che diventa memoria, sangue, identità.
Ed è proprio qui che il gesto del Direttore Festa assume il suo significato più profondo.
Il Direttore del Corriere dell’Irpinia premia una poetessa che, attraverso la parola, restituisce voce a una terra che spesso rischia di perderla. Il giornalista che da decenni ne racconta la storia riconosce nella poesia uno strumento capace di dire ciò che le statistiche sullo spopolamento, sulla denatalità e sull’emigrazione non riescono interamente a raccontare: il dolore umano della partenza e la permanenza ostinata delle radici.
La poesia, allora, diventa anche giornalismo della memoria. E il giornalismo, quando è esercitato con coscienza, può diventare una forma di letteratura civile.
È questo uno dei significati più alti di una manifestazione come il Premio Prata: mettere in relazione linguaggi diversi e persone diverse, riconoscendo nella cultura non un esercizio ornamentale, ma una forma di conoscenza della realtà.
Maurizio De Giovanni, Cesare Gridelli, Alfonso Pirozzi, Roberto De Fazio, insieme agli altri premiati, hanno rappresentato nella stessa serata la letteratura, la medicina, il giornalismo, la legalità, il volontariato, l’arte e l’impegno sociale. Una pluralità che restituisce l’immagine di una comunità che sa riconoscere il valore delle competenze e dell’impegno.
Ma forse il momento della poesia ha lasciato nell’aria una domanda ulteriore.
Che cosa resta di una terra quando i suoi figli sono costretti a partire?
Resta la memoria. Restano le parole. Restano i paesaggi custoditi dentro gli occhi. Restano i nomi dei nonni, le chiese, i boschi, le stagioni, il dialetto, il silenzio dei paesi, la forma delle montagne.
E resta la poesia.
Perché una terra può perdere abitanti, può conoscere l’abbandono e perfino rischiare di smarrire la propria voce. Ma finché qualcuno la nomina, la racconta, la canta e la riconosce come parte di sé, quella terra continua ad esistere.
Nella Basilica dell’Annunziata, mentre Monia Gaita leggeva i suoi versi e Gianni Festa ascoltava, l’Irpinia ha ritrovato una delle sue forme più autentiche: quella di una terra che, nonostante tutto, continua a essere casa.









