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Caso Isochimica: lo Stato paga i ritardi del fallimento infinito, indennizzo “Pinto” per 20 operai

Oltre trent’anni di attesa per vedere chiusa una procedura fallimentare aperta nei primi anni Novanta e, ad oggi, ancora formalmente in essere. È il paradosso burocratico che si inserisce nel già drammatico contesto della Isochimica di Avellino, lo stabilimento di Borgo Ferrovia tristemente noto per le vicende legate alla salute e all’esposizione all’amianto dei suoi ex dipendenti.
Un ritardo colossale che ora lo Stato italiano è costretto a risarcire.

La Corte d’Appello di Napoli, VIII sezione civile, ha infatti accolto i ricorsi presentati da circa venti ex operai della società irpina, tutti assistiti dall’avvocato Augusto Guerriero. I magistrati partenopei hanno emesso una serie di sentenze di condanna nei confronti del Ministero della Giustizia, disponendo il pagamento di un equo indennizzo – quantificato in alcune migliaia di euro a testa – per la violazione dei termini di durata ragionevole del processo.

I decreti di condanna poggiano sulle disposizioni della Legge Pinto (Legge 24 marzo 2001, n. 89), lo strumento giuridico nato per sanzionare l’eccessiva lentezza dei tribunali italiani e garantire un ristoro ai cittadini per il danno non patrimoniale subito.
Nel caso specifico della Isochimica, il contrasto con i parametri normativi è apparso macroscopico. La legge fissa in sei anni il limite massimo entro cui una procedura concorsuale o fallimentare deve giungere a compimento. L’iter irpino, avendo superato la soglia dei tre decenni, ha moltiplicato di oltre cinque volte i tempi tollerati dall’ordinamento, configurando una palese violazione dell’articolo 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

I ricorsi curati dall’avvocato Guerriero hanno permesso di accertare formalmente il diritto dei lavoratori a ottenere il ristoro economico per l’ingiustificata pendenza della procedura. Per la platea di ex operai coinvolti si tratta di un parziale e tardivo atto di giustizia che, sebbene non cancelli il peso della storica vertenza industriale e sanitaria, mette un punto fermo sulle responsabilità erariali derivanti dalle disfunzioni della macchina giudiziaria, il cui conto economico finisce inevitabilmente a carico della collettività.

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