di Vera Mocella
Apollineo e dionisiaco, i due spiriti che si contrappongono e che si amalgamano, l’ebbrezza e la purezza, la gentilezza e il selvaggio, una delle immagini più suggestive del nostro immaginario collettivo della cultura occidentale, che si armonizzano in un testo dedicato a questo genere musicale. Filosofia, mito, letteratura, arti visive e musica hanno dato vita ad una commistione originale e ricca di stimoli interessanti, all’Ipogeo della chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, nei giorni scorsi, per la presentazione del libro di Carmine Migliore “Il dionisiaco e l’apollineo nella musica jazz”. L’iniziativa, promossa con il coinvolgimento del Cinecircolo Santa Chiara, di Insieme per Avellino e l’Irpinia, e di Vertigo Edizioni ha dato vita ad un dibattito serrato ed appassionato tra mondi che si sfiorano, collimano, si intrecciano, si fondono e si differenziano nello stesso tempo. Moderatore dell’incontro, Gianluca Amatucci, che ha guidato gli astanti in questo iter affascinante. Presenti al dibattito, Andrea Gennarelli, del Cinecircolo Santa Chiara e Pasquale Luca Nacca, presidente della VI Commissione consiliare Cultura del Comune di Avellino e rappresentante di Insieme per Avellino e l’Irpinia. Tutti interessanti gli interventi dei tanti autori che si sono avvicendati per scandagliare l’apollineo e il dionisiaco, dallo scrittore Marco Parisi, a Giuseppe D’Amore, medico e appassionato di storia greca, da Paola Izzo, docente di Storia e filosofia, a Filippo Staiano, musicista.
Questi due concetti cardine hanno segnato una svolta nell’interpretazione estetica occidentale: l’apollineo e il dionisiaco, temi centrali nella prima opera di Friedrich Nietzsche. “La nascita della tragedia” (1872). Il filosofo, ispirandosi alle radici mitiche greche, individua in queste due forze la chiave per comprendere l’essenza dell’arte e, più in generale, la tensione insita nella condizione umana. Nel mondo apollineo di Nietzsche, l’arte si esprime attraverso la chiarezza e la composizione formale, riflettendo le qualità di Apollo come dio della luce e dell’ordine. L’apollineo rimanda alle arti figurative, alla scultura, alla bellezza ideale e alla compostezza che si manifesta nella costruzione di immagini ben definite. Questo aspetto, legato alla sfera del sogno, rappresenta l’illusione consolatrice che permette di dare un senso e una forma al caos della vita. La pacatezza tipica dell’apollineo non implica, però, una negazione dell’esistenza tragica, quanto piuttosto una sublimazione del dolore attraverso la proporzione e l’equilibrio. In molte tragedie greche, è possibile individuare la componente apollinea nella struttura rigorosa della narrazione e nella rappresentazione degli dèi e degli eroi, che emergono con contorni netti e rassicuranti. Il dionisiaco, invece, si fonda su un’esplosione estatica che travolge ogni confine e trascina l’individuo in una fusione con la natura e con la collettività. Dioniso è il dio del vino, della festa e dell’ebbrezza, simbolo di una vitalità prorompente capace di porre in discussione ogni gerarchia e ogni forma troppo rigida. In questo slancio, Nietzsche riconosce il potenziale di rinnovamento che viene dall’accettazione del caos e dell’irrazionale. Sempre nell’ottica della commistione tra generi diversi, nel corso della presentazione, è stato dato rilievo anche alle arti visive, con i disegni dell’artista Gerardo Russo e la descrizione di un’opera di Simona Maietta, curata da Emanuela Conforti, docente e storica dell’arte. Le diapositive di Erospolis, la cittadella creata a Bellizzi da Giuseppe D’amore ed ispirata al mondo greco, dove si è girato anche un film, ha incantato gli astanti.
«Ho trovato che Franco Festa sul Corriere dell’Irpinia, mi ha citato – ed io mi sono messo a piangere – ha affermato Giuseppe D’Amore – Il Parco della bellezza, un parco memorabile, qualunque sia la stagione, è un parco dedicato a pochi, luogo di autentica libertà. Luogo fuori dal tempo e dentro il tempo, queste parole mi hanno commosso». Il ritmo della presentazione è stato scandito dai brani del libro, letti dalla professoressa Mena Matarazzo. «Sin da piccolo mi sono dedicato alla musica, che è il mio mondo, però sono sempre stato affascinato dal mito greco, dalla filosofia – ha affermato lo scrittore – forse perché mia sorella è una docente di storia e filosofia, e mi ha fatto amare questo mondo. Quando ho continuato i miei studi in conservatorio ed ho seguito dei corsi di musica eurocolta, lì ho sentito spesso parlare di Mozart, come genere apollineo, di Wagner come tendenza dionisiaca, e quindi, proseguendo i miei studi con la musica afroamericana, mi sono reso conto che non si era mai parlato diffusamente di queste due anime, ed ho cercato di delineare come esse conflissero nella musica jazz. Se non ci sono i due spiriti insieme, l’ebbrezza, l’improvvisazione di Dioniso e la compostezza, l’architettura di Apollo, non si crea arte. La musica leggera italiana degli ultimi tempi, è creata solo per fini commerciali, per me non è arte». Interessante ed appassionato l’intervento di Marco Parisi, scrittore e cultore del mondo greco e della mitologia greca, che si è addentrato in una disamina affascinante del mito, enucleando lo spirito dionisiaco e quello apollineo ed il loro confluire nella musica jazz, dotata di questa anima duale e misteriosa. Anche l’intervento di Izzo, che ha affrontato in chiave filosofica le due dimensioni, ha rivolto anche uno sguardo sul mondo contemporaneo. «Il jazz dionisiaco rappresenta l’aspetto più istintivo, vulcanico ed ebbro dell’improvvisazione musicale – ha sottolineato Gerardo Russo, presentando la sua opera – in netto contrasto con quello apollineo, legato alla misura e alla forma. Un brano jazz di avanguardia o free jazz, incentrato sull’improvvisazione collettiva e l’energia. Si manifesta nei momenti di massima tensione emotiva, dove l’assolo diventa un urlo liberatorio, estasi e superamento dei confini strutturali. Ad esempio, A love supreme e Ascension di John Coltrane o Cantalupe Hisland di Herbie Hancock. L’opera che ho realizzato, con la sua chiara distinzione tra Apollineo (marilyn/forma) e Dionisiaco (Baccanti/impulso), è uno strumento visivo perfetto per far vedere come queste dforze si equlibrano nel jazz. Infatti, l’apollineo, nel jazz, è la struttura, la padronanza dello strumento, lo studio dell’armonia, l’arrangiamento. Il dionisiaco, invece, è l’improvvisazione pura, il “groove”, lo “swing” viscerale, l’istinto del solista che si lancia nell’ignoto, l’emozione pura che rompe gli schemi». Altrettanto suggestiva l’opera dell’artista Maietta, illustrata dalla storica d’arte Emanuela Conforti, in cui il chiaroscuro, oltre alle immagini rappresentate, è la chiave di volta per decifrare o per tentare di decifrare, l’ambiguità del dionisiaco e dell’apollineo. Mentre il musicista Filippo Staiano ha ribadito come il jazz, spesso etichettato come “musica facile” per l’improvvisazione che fa parte integrante di essa, sia un genere musicale complesso e ricco di sfaccettature, al pari della musica classica, ritenuta più nobile e più alta.

