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I “dilettanti” e il severo professore

La trattativa più o meno clandestina che da Milano si è spostata a Roma per far partire il governo giallo-verde di Di Maio e Salvini, qualunque sarà l’esito, ha conquistato a buon diritto una serie di primati difficilmente eguagliabili. Per la prima volta, un programma di governo viene sostanzialmente scritto da un algoritmo, un calcolo che esclude i temi sui quali vi è totale inconciliabilità o sono molto ampie le distanze, e consegna ai potenziali alleati la possibile agenda sulla quale ci sarebbero le condizioni per un lavoro comune.

Si comprende bene la natura probabilistica che avrà il governo giallo-verde: faranno le cose sulle quali sono in minor disaccordo e il fatto di sottoscriverle in un “contratto” costituisce il dettaglio propagandistico su un’operazione complicata che di fatto introduce però un elemento fortemente compromissorio destinato a caratterizzare negativamente la tenuta del potenziale esecutivo: quello che viene presentato come il detonatore che farà esplodere l’immaginifica Terza Repubblica è in realtà lo schermo molto amato da tecnocrati moralisti e populisti dietro il quale si tenta di ingabbiare il divenire della realtà che, ahi loro e ahi noi!, con improvvisi e imprevedibili scarti continuerà a porre nuove e inedite domande alla politica.

Deve preoccupare il fatto che un governo fondi la propria azione su un programma in cui non c’è un solo forte evidente elemento di piena condivisione. Come deve far riflettere, per stare ai primati, il fatto che un governo nasca partendo da ministri e sottosegretari mentre il presidente del Consiglio -che non si trova ma qualcuno finiranno per trovarlo- viene considerato alla stregua di ornamento, riducibile a foglia di fico se Di Maio e Salvini saranno i suoi vice. Non si tratta come si dice di un capovolgimento della prassi oltre che del buon senso, ancor meno come dice Di Maio di novità che segnano “la fine dei riti della vecchia politica”.

Anche in politica la forma è sostanza e quella che rivelano i due quasi vincitori del 4 marzo è piuttosto la comune attitudine a sconnettere una serie di delicati equilibri che a cominciare dalle prerogative del Capo dello Stato permangono tuttora come punto di forza delle Istituzioni e di garanzia per i cittadini. Quando ieri l’altro sono andati a dirgli che il programma di governo ancora non c’è e quando ci sarà dovrà essere approvato dai gazebo della Lega e dalla Piattaforma Rousseaux, Sergio Mattarella per quanto irritato ha concesso qualche giorno in più e ancora una volta deve aver nuovamente richiamato la strana coppia sul chiaro ancoraggio europeo e sulla tenuta dei conti. Non solo. Da Dogliani, dove ha onorato Luigi Einaudi, aveva chiaramente avvertito che a Palazzo Chigi non si arriva con un fischio di Di Maio e Salvini ma solo dopo il vaglio del Quirinale. Il Presidente mite tiene la barra dritta. Dovesse nascere il governo di destra, il più a destra dell’intera Europa, è una garanzia non da poco.

di Norberto Vitale edito dal Quotidiano del Sud

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