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Il leaderismo è la grave malattia della democrazia dei nostri tempi. In tanti, ormai, c’è la convinzione che sia inevitabile affidarsi a un leader forte, decisionista, il trascinatore di folle che risolve da solo i problemi dell’Italia. Negli ultimi anni si è diffusa una sorta di infatuazione collettiva per questa nuova e pervasiva ideologia che ha mietuto sempre più consensi perché si è mostrata determinata a sconfiggere i mali di un Paese debilitato e le miserie di una repubblica invecchiata. Il leaderismo si è incarnato in personaggi politici carichi di ambizione che si sono mostrati sicuri nel voler liberare questo Paese dai riti della vecchia politica per traghettarlo verso il “nuovo”. Il leaderismo, oggi, come ieri, ha un unico grande riconosciuto interprete. L’uomo solo al comando che, senza macchia e senza peccato, con la spada del suo imperio, imponendo soluzioni semplici e veloci a problemi complessi, si erge a “salvatore” di una patria che non esiste, di una nazione cancellata. L’uomo solo al comando è sempre più avido di potere, è il capo supremo che sceglie la sua classe dirigente e la impone nei ruoli chiave dei gangli del potere. Dall’altra parte, i partiti, in questa terza o quarta repubblica che sia, sono sempre di più feudi del leader e in quanto tali prevedono vincoli di vassallaggio. Il partito sembra essere soltanto uno strumento utilizzato per brandire lo scettro del potere e dunque può essere resettato, svuotato, “rinominato”, soprattutto “personalizzato”. Il leader supremo fa coincidere il partito con la sua figura, “il partito sono Io”, sembra affermare con inusitata alterigia. Da plurale, dal “noi”, la declinazione della leadership di governo, rispetto a un corpo sociale smarrito, ha subito una trasformazione singolare in “Io”. Il leader non ha più bisogno di un’investitura popolare, anche nel Medioevo era prevista in qualche forma. All’occorrenza si fa da solo una legge elettorale, con cui si autolegittima nella detenzione del potere che ha conquistato attraverso la scalata proprio a quel partito che ora appare, così com’è, inutile alla strategia funzionale ai suoi piani di capo supremo e incontrastato. In questa illusionistica euforia, al leader si tributano riconoscimenti, se ne incensa il piglio decisionista, a seconda dei casi se ne celebra il giovanilismo, se ne tessono le lodi da parte di interessati accoliti, neanche fosse un nuovo profeta acclamato dalle folle. L’infallibilità è il dogma del nuovo corso che sta segnando la vita politica di questa Italia che non ha certezze. L’unica certezza é che il leader non può fallire, perché se fallisce il leader fallisce l’intero Paese. Questa la minaccia continua. Il destino di un Paese legato, a doppio filo, a quello del suo governante. Che dire, per questa Italietta sembra non possa esserci altra strada se non quella del percorso obbligato dell’uomo solo al comando. A ben discernere, un fallimento di questa nuova ed invasiva ideologia si è già consumato, è visibile nelle divisioni di un Paese lacerato, nelle profonde fratture che ha giá generato e continua a generare, frantumando i cocci di un Paese che invece andrebbe rimesso insieme, per quello che è possibile.

di Emilio de Lorenzo

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