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Vincere l’ombra dell’egoismo

Tra le tante significative storie di umana solidarietà e di notevole coraggio, come uniche fonti di luce nell’attuale tunnel di oscurità globale, quella che ci colpisce interiormente – con la pregnanza spirituale di questo periodo di totale quarantena – è la presenza dei giovani laureati in medicina accanto ai malati di coronavirus.

Già domenica scorsa sono pervenute alla protezione civile ottomila domanda di partecipazione dei giovani medici, come riscontro al bando per l’utilizzo di trecento giovani professionisti nelle regioni più colpite dalla pandemia.

Apparentemente tale riscontro può sembrare un momento fortunato per questi neolaureati, come lo fu per i giovani tecnici impegnati nella ricostruzione delle zone terremotate del novembre 1980.

Ma riflettiamo un po’, come adulti non più giovani che di momenti difficili ne abbiamo vissuti non pochi. In particolare, consideriamo l’effettiva e straordinaria drammaticità dell’emergenza attuale, per la sua stessa natura, per la sua dimensione globale e per la mancanza di un’idonea terapia: siamo a quella già nota nel Medioevo, cioè la “quarantena”, con l’isolamento dal mondo esterno per evitare il contagio.

Ebbene i nostri giovani medici, chiamati in prima linea, sul fronte di una difficile guerra, perché il nemico può essere dovunque, hanno vinto senza esitazione la paura ampiamente diffusa, con la consapevolezza ed il coraggio di essere indispensabili in risposta ai sempre più crescenti bisogni di prestazioni mediche all’interno del servizio sanitario nazionale in affanno.

Nessuna paura anche di fronte alla morte in servizio di colleghi con molta e qualificata esperienza; nessuna paura nemmeno di fronte all’immagine emblematica di un’infermiera sfinita che si addormenta sulla tastiera del computer, dopo una notte insonne, di lavoro senza tregua, al pronto soccorso della struttura ospedaliera di appartenenza.

Ancora più ammirevole che l’incontro medico-paziente costituisce, con la pandemia in atto, un incontro tra due generazioni, tra nonni e nipoti, tra genitori e figli.

Questo amore, senza limiti o condizionamenti, questa osmosi umana e spirituale, tante volte sottolineata ed auspicata sul nostro quotidiano anche da chi scrive, ha infranto le tante analisi antropologiche sulla crisi del rapporto intergenerazionale.

È vero, allora, che il momento di crisi che stiamo vivendo, si rivela davvero esplosivo per abbattere totalmente i postulati paradigmatici che hanno caratterizzato il dibattito socio-culturale precedente alla diffusione del coronavirus.

Sarà pertinente ed, altresì, non azzardato ritenere che l’attuale pandemia non determinerà certamente la fine del mondo, ma inesorabilmente sarà la fine di un mondo vecchio, sovrastato dalla tecnologia senza anima, dalla finanza senza scrupoli, dal delirio di onnipotenza dei rappresentanti delle grandi potenze, dall’egoismo di coloro che si comportano da incapaci di essere solidali perché gelosi del loro benessere e dei loro privilegi.

È tempo, ormai, con la luce del Risorto che ha vinto la morte, prossimo ad essere percepito, sull’orizzonte della nostra tormentata storia, di aprire gli occhi e di fugare le ombre deleterie ed angoscianti dell’egoismo e della paura.

di Gerardo Salvatore

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