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Dal doppio confronto parlamentare di mercoledì e giovedì Giuseppe Conte ha ricavato la garanzia che l’esecutivo uscirà indenne dal tunnel dell’epidemia in atto, mentre resta tutta da giocare la partita che si aprirà non appena l’emergenza sanitaria sarà superata e si tratterà di ricostruire un paese in grave crisi economica e sociale. Potrà essere sempre lui, con il governo che presiede, a farsi carico di un compito immane; ma dovrà dimostrare doti di leadership che finora sono state quanto meno carenti. Nei due mesi trascorsi da quando, il 31 gennaio scorso, ha proclamato lo stato di emergenza nazionale, il presidente del Consiglio ha solo inseguito gli eventi, dando prova inizialmente di sottovalutazione e poi di timida improvvisazione: in difficoltà di fronte alle iniziative dei presidenti delle regioni settentrionali tutti di centrodestra, costretto a far fronte ad una inedita “opposizione interna” capeggiata dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio  che non perde occasione per distinguersi; inerme, finora, nel duro confronto con i governi rigoristi del Nord Europa che sembrano non aver compreso la gravità della situazione e vorrebbero affrontarla con i tradizionali strumenti di una politica finanziaria e fiscale del tutto inadeguata davanti ad una crisi di dimensioni ancora insondabili.

Il via libera implicitamente ottenuto dalle Camere grazie ad una procedura che non prevedeva un voto, gli dà il fiato necessario per affrontare un percorso impervio. In questo momento il nemico comune è il virus, ha detto Salvini, quindi il governo può proseguire; ma il sottinteso è che i conti si faranno dopo, quando la tregua sarà scaduta, e intanto le opposizioni intendono mettere a frutto il via libera concesso contrattando con i ministri i contenuti dei provvedimenti di spesa già varati e ancora da approvare. Lo strumento individuato per questa fase di concertazione è la conferenza dei capigruppo (maggioranza e minoranze) insieme al ministro dei rapporti col Parlamento, il grillino D’Incà. Si era anche ipotizzato il varo di una commissione speciale, su base proporzionale e rappresentativa di tutti i gruppi, dotata di potere redigente, che avrebbe velocizzato i lavori e dimostrato plasticamente un alto grado di unità nazionale, come auspicato dal Capo dello Stato. Non se ne è fatto nulla, colpa della diffidenza del centrodestra ma anche del pesante altolà dei Cinque Stelle, protagonisti, con l’irrituale intervento in Senato del loro capogruppo Perilli, di un violento attacco personale a Matteo Salvini e Giorgia Meloni, teso a sbarrare la strada a qualunque forma di dialogo con le opposizioni. Neppure nella critica situazione in cui ci troviamo i Cinque Stelle intendono rinunciare a far valere l’ipoteca che hanno posto sul “loro” capo del governo.

Ora, per Giuseppe Conte la partita si sposta a Bruxelles, dove dovrà vedersela con i suoi pari grado da sempre ostili all’Italia. Al momento non può contare, come in passato, sulla benevolenza di Angela Merkel, convinta che la Germania ce la possa fare da sola (ma potrebbe cambiare idea se la crisi si incrudelisse). Dalla sua parte ha il francese Macron e i leader “mediterranei”, che formano un pacchetto di mischia determinato ma insufficiente per vincere la partita. In suo soccorso è sceso in campo con l’autorevolezza che tutti gli riconoscono Mario Draghi, l’italiano più stimato in Europa, che ha presentato dalle pagine del Financial Times la sua strategia per l’uscita da una catastrofe di dimensioni postbeliche: espansione delle finanze pubbliche, aumento del debito, protezione delle famiglie, dei lavoratori a rischio, delle imprese che stanno per chiudere. Qualcuno, dalle parti del governo, ha storto il naso vedendo in Mario Draghi un pericoloso concorrente per l’immediato; ma è un’ottica miope. L’ex presidente della BCE non guarda all’oggi: la sua è un’agenda per il futuro quando, come si diceva una volta, chi ha più filo tesserà.

di Guido Bossa

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