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Conte stretto in una triplice morsa

Il geniale vignettista Altan ha tradotto questa fase con poche e semplici parole: “sono indeciso, rinascere, risorgere o tirare avanti”.  La maggioranza di governo si trova esattamente in questa situazione e al momento Conte punta sulla tattica andreottiana “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. Il premier e i partiti della coalizione devono compiere scelte determinanti per il futuro e tra due mesi e mezzo c’è l’appuntamento determinante dell’election day quando si voterà in sei regioni (attualmente 4-2 per il centrosinistra) e per il referendum sulla riduzione dei parlamentari. Inevitabilmente, un voto politico, anche sul governo e sull’alleanza che lo sostiene. Il centrodestra è unito ovunque ed è già in campagna elettorale dopo l’accordo siglato sui nomi dei candidati. Scelte non di grande novità con i ritorni di Caldoro in Campania e Fitto in Puglia e la conferma dei governatori uscenti Toti in Liguria e Zaia in Veneto. Nelle Marche il bilancino della coalizione ha premiato il candidato di Fratelli d’Italia Acquaroli, in Toscana la scelta è caduta sull’esponente della Lega Susanna Ceccardi. La maggioranza al contrario dell’opposizione è divisa ovunque, l’unico accordo tra PD e Cinque Stelle è possibile forse solo in Liguria ma anche in caso di intesa la vittoria è molto difficile. E poi c’è la componente renziana, alleata del PD solo in alcune regioni e in quelle dove, teoricamente, il centrosinistra può vincere. Una situazione frammentata che è figlia di un equivoco mai chiarito. L’ipotesi cioè di trasformare una coalizione fondata su uno stato di necessità (evitare a settembre scorso le elezioni anticipate) in una sorta di alleanza strategica. La contaminazione tra PD e Cinque Stelle non è scattata in questi mesi e in pratica i due partiti continuano a non fidarsi l’uno dell’altro. Difficile così ipotizzare una saldatura anti centrodestra in vista delle regionali e ancora più difficile è immaginare una coalizione che trova la necessaria collaborazione per eleggere a maggioranza il successore di Mattarella come ha proposto qualche giorno fa Matteo Renzi. I due temi apparentemente lontani in realtà si incrociano perché se il centrodestra dovesse vincere le amministrative ripartirebbe il tormentone sul Parlamento delegittimato e dunque non in grado di eleggere il nuovo Capo dello Stato e un governo in minoranza nel paese. Come ha scritto Massimo Franco sul Corriere della Sera “il primo problema è che l’alleanza M5S-PD rimane ancora ad uno stato di precarietà, senza amore né convinzione. E questo si riverbera su un governo promosso per quanto ha fatto nei mesi dell’emergenza da pandemia; ma rimandato a settembre e a rischio di bocciatura per quanto non sta decidendo adesso, nonostante gli indici di popolarità di cui gode Conte”. La maggioranza quindi può anche decidere di andare avanti per spirito di autoconservazione ma deve indicare oggi quale percorso intraprendere per il prossimo futuro prima che la situazione imploda. Insomma l’essersi messi insieme per fermare Salvini non basta più anche perché questa inerzia produce un unico effetto riconsegnare l’Italia alla destra. Conte e con lui i partiti della maggioranza hanno l’urgente bisogno di un cambio di passo. Il punto però è sempre lo stesso. Il PD che è il partito più attrezzato si muove con lentezza per evitare strappi ulteriori, Renzi gioca una partita personale e i Cinque Stelle sono alle prese con una sorta di “cupio dissolvi” con i parlamentari che continuano ad abbandonare la nave pentastellata. Dall’inizio della legislatura gli eletti cacciati o andati via sono stati 35 e di questi 13 al senato dove i numeri per la maggioranza sono sempre più esigui. Conte è stretto in questa triplice morsa e come unica soluzione per sopravvivere adotta la strategia del rinvio.

di Andrea Covotta

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