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Negoziazione, arma contro l’immobilismo

La vera novità imposta da Mario Draghi è il ritorno della mediazione, dopo anni di contrapposizioni sterili. Lo strumento migliore in politica per mettere insieme forze diverse. Una negoziazione utile, necessaria, per raggiungere un obiettivo ed evitare l’immobilismo. Draghi in questi mesi ha deciso, ha accettato compromessi per esempio sul piano sanitario e sulla riforma della giustizia e lo ha fatto per non vanificare i progetti messi in atto e per trasformarli da parole in fatti. La sua azione è servita per coniugare economia e salute, per onorare il contratto con l’Europa e ottenere i fondi del Recovery.

Questa legislatura è nata sul rapporto e sull’alleanza tra Lega e Movimento Cinque Stelle, oggi a distanza di più di tre anni Draghi ha capovolto le parole chiave di quell’intesa. Salvini ha dovuto rinunciare alla sua spavalderia, i Cinque Stelle hanno archiviato l’era dei referendum contro l’Europa o il sostegno ai gilet gialli anti Macron e la politica estera è guidata da Luigi Di Maio che, partito dal chiedere l’impeachment a Mattarella oggi è alfiere moderato. Draghi ha imposto la sua agenda che è l’esatto opposto di quella immaginata nel giugno del 2018.

Il cinico gioco del ricercare sempre il consenso non appartiene al Presidente del Consiglio e su questa evidente innovazione devono misurarsi i partiti che però non hanno rinunciato a piantare le loro bandierine sul percorso del governo di unità nazionale. Draghi ha avuto l’effetto di un detonatore che ha fatto riesplodere tutte le contraddizioni di schieramenti e partiti e ha messo in evidenza la fragilità delle leadership che non riescono a durare e così dopo il grande consenso a Salvini adesso è il momento di Giorgia Meloni che ha bisogno di essere legittimata al più presto da un voto popolare e che adesso guida con successo l’opposizione.

Le contraddizioni sono evidenti sia nel campo del centrodestra che in quello del centrosinistra dove tutti i nodi irrisolti e rimossi dietro l’elezione all’unanimità di Letta, stanno rapidamente emergendo partendo dal nodo più grande, quell’asse strategico con i Cinque Stelle. L’alleanza procede a strappi e non ha ancora segnato un significativo cambio di passo e alle amministrative si gioca insieme solo in poche realtà e occorre ricercare quella legittimazione popolare che a livello nazionale fatica ad arrivare.

C’è poi il patto che dovrebbe portare all’elezione di Enrico Letta nel collegio di Siena liberato dall’ex ministro Padoan. Un’intesa che appare però ancora precaria mentre si comincia ad intravedere un altro schema di gioco che sta nascendo all’ombra dell’esperienza di governo, un polo centrista che potrebbe coinvolgere una parte del PD, Renzi, Calenda, Forza Italia e la Lega di Giorgetti e Zaia e tagli le ali a destra della Meloni e a sinistra dei Cinque Stelle a guida Conte che soffre il rapporto con il premier. Al momento è più fantapolitica che politica ma i prossimi mesi saranno decisivi per capire i margini di questo progetto.

A contrastare questo schema c’è soprattutto il PD di Letta che ha in mente di consolidare l’alleanza con i Cinque Stelle e lanciare la sfida alla destra di Salvini e Meloni. Il rischio che corre però l’attuale leader del partito democratico è quello di non riuscire a costruire un nuovo bipolarismo e allora come scrive il direttore dell’Espresso Marco Damilano “il PD dovrebbe sentire come emergenza il contrasto ad un progetto che rischia di consegnarlo all’irrilevanza per i prossimi decenni e che incolla l’Italia ai suoi mali storici. E agire in direzione opposta: un nuovo partito, una classe dirigente da far crescere sui territori, un sistema elettorale e istituzionale coerente con questo disegno. Le alleanze arriveranno dopo perché ancora tutto è incerto”.

di Andrea Covotta

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