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Mentre nubi sempre più minacciose oscurano il nostro orizzonte, mentre la pandemia, non piegata dalle vaccinazioni di massa ha ripreso vigore e tiene in ostaggio le Nazioni dell’Occidente, che, abbarbicate al proprio privilegio, non hanno voluto condividere i vaccini con il resto del mondo sospendendo i brevetti, mentre i venti di guerra hanno ripreso a soffiare furiosi lungo la linea di faglia del confronto fra la NATO e la Russia, finalmente un raggio di luce squarcia quest’orizzonte cupo e riapre la dimensione della speranza.

La vittoria di Gabriel Boric alle elezioni presidenziali cilene del 19 dicembre è un evento di portata storica. Non si tratta, come potrebbe essere in altri paesi, dell’alternanza alla guida del Governo fra una sbiadita coalizione di centro-sinistra e una amorfa coalizione di centro-destra. Con l’elezione di un giovanissimo leader a capo di un “frente amplio”, comprensivo del partito comunista, delle altre forze di sinistra e dei movimenti di protesta sociale, giunge a compimento la rivoluzione antifascista iniziata con la grande mobilitazione di massa nell’ottobre del 2019, sfociata nella elezione dell’Assemblea costituente nel maggio del 2021, che adesso celebra la sua vittoria alle elezioni presidenziali.

Una vittoria per niente scontata, ove si consideri che Boric era arrivato secondo al primo turno con il 26%, a fronte del 28% del candidato della destra Kast, ultimo epigono di Pinochet.

Nel ballottaggio Boric è riuscito a portare al voto oltre un milione di persone che non avevano votato. Certamente ha giovato la sua capacità di dialogare e l’assenza di settarismo nel suo messaggio politico, che gli hanno procurato il sostegno della Democracia cristiana e del Partido socialista, ma le ragioni della sua vittoria hanno radici più profonde, sono iscritte nella storia del Cile.

Il popolo cileno ha pronunciato un no definitivo al pinochettismo e alla sua velenosa eredità politica, il vangelo liberista dei Chicago boys. Una dottrina economica che Pinochet aveva imposto con la violenza dei massacri e delle torture e che era sopravvissuto alla caduta del regime, trasformando il Cile in una delle società più diseguali del Sud-America.  E’ una bocciatura senza appello di un modello sociale fondato sul disconoscimento dei diritti sociali e la sacralizzazione della proprietà privata Fino al punto da rendere sostanzialmente privatistica l’erogazione di servizi sociali fondamentali come la salute e l’istruzione e da concedere alle imprese la massima libertà di sfruttamento della manodopera e delle risorse naturali, compresa la licenza di depredare l’ambiente e di inquinare. Dopo quasi cinquant’anni dal golpe dell’11 settembre 1973, Salvator Allende è ritornato nel Palazzo della Moneda con il volto di un giovane del Sud. E’ ritornato il suo sogno di una società più equa, più fraterna, capace di assicurare a tutti il godimento dei diritti fondamentali, dei diritti civili (finora compressi da una cultura patriarcale), di condividere le ricchezze e di non lasciare nessuno indietro.

E’ una lieta novella che travalica i confini del Cile ed annuncia una speranza per tutta l’America Latina, essa è di buon auspicio per i prossimi appuntamenti elettorali di Colombia (29 maggio 2022) e Brasile (2 ottobre 2022), che vedranno con ogni probabilità la fine dei due governi di destra superstiti in America Latina, uno dei quali ancora nelle mani di uno scellerato imitatore di Trump come Bolsonaro. In questo cammino, che segna un nuovo inizio per il popolo cileno, Boric non sarà solo. Al suo fianco ci sono i profeti che hanno testimoniato al mondo la grande umanità del popolo cileno, Gabriela Mistral, Pablo Neruda, Violeta Parra. Con loro ci sono le migliaia di vittime di Pinochet, che hanno testimoniato con la vita la loro fede in una società più giusta. Morti e vivi, tutti insieme uniti nell’inno alla vita di Violeta Parra, la colonna sonora del nuovo Cile:

gracias a la vida que me ha dado tanto!

di Domenico Gallo 

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