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L’incidente parlamentare di due giorni fa, quando il governo è stato battuto per ben quattro volte sul decreto Milleproroghe, e la successiva strigliata di Draghi ai capidelegazione dei partiti di maggioranza, non sono l’avvisaglia di una crisi conclamata ma piuttosto l’indicazione di una messa a punto dei rapporti politici, che ancora risentono delle tensioni che hanno accompagnato la rielezione di Mattarella, mentre si avvertono i segnali di quanto potrà accadere nell’anno elettorale che è appena iniziato. Sono molti i sintomi di tensione che potrebbero scaricarsi sull’esecutivo, e Draghi ha probabilmente voluto drammatizzare la situazione anche per mettere ognuno di fronte alle proprie responsabilità. Così, ha abbandonato bruscamente la riunione informale della Ue dove si discuteva di rapporti con l’Unione Africana e della crisi ucraina, per precipitarsi a Roma, incontrare Mattarella al Quirinale e subito dopo lanciare il suo altolà ai partiti: d’ora in poi non saranno ammessi strappi né prese di distanza dalle misure concordate, necessarie per ottenere gli aiuti europei; oltre tutto la situazione internazionale non consente smarcamenti o scarichi di responsabilità.

Si profila così un doppio vincolo “esterno”, che è anche una rafforzata garanzia per il governo. Da una parte c’è l’esigenza di corrispondere agli obblighi che condizionano l’arrivo dei fondi del piano di ripresa finanziato dalla Ue, dall’altra i venti di guerra che spirano ai confini orientali dell’Europa: un sommarsi di fattori che sollecitano coerenza di comportamenti da parte di tutti. Così, non sarà più consentito prendere le distanze da misure appena approvate dal Consiglio dei ministri (vedi il caso della riforma del Csm), o continuare a rallentare l’iter parlamentare di provvedimenti come la delega fiscale o la legge sulla concorrenza sulle quali l’Europa ci aspetta al varco.

La tappa al Colle prima dell’incontro con i capidelegazione non solo assicura al Presidente del Consiglio la certezza della copertura quirinalizia per l’imminente stretta ai rapporti di maggioranza, ma conferma la solidità dell’asse istituzionale che da un anno tiene in piedi il Paese: con Sergio Mattarella promotore e garante del governo e Mario Draghi primo responsabile dell’esecuzione del programma concordato. La controprova del successo della mossa di Draghi, d’intesa con Mattarella, si avrà a breve: all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri iniziato ieri pomeriggio c’erano due provvedimenti attesi e “divisivi”: il secondo decreto contro il caro-bollette e le correzioni ai meccanismi di cessione dei crediti legati ai bonus edilizi, superbonus al 110% compreso. Sul primo è nota l’insoddisfazione della Lega, che chiede un aumento della dotazione senza riguardi per i vincoli di bilancio; sui bonus edilizi a puntare i piedi sono i Cinque Stelle, che ne hanno fatto una questione di bandiera. Si vedrà presto se il nuovo piglio decisionista di Draghi avrà la meglio sui distinguo della maggioranza.

di Guido Bossa

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