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Non maledire questo nostro tempo

Si è riunito a Bruxelles il 15 giugno il gruppo di contatto «Ramstein» per il coordinamento dei rifornimenti militari a Kiev. Il Segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg ha esortato i 45 paesi partecipanti ad intensificare la fornitura a Kiev di armi pesanti e a lungo raggio ed ha dichiarato di aspettarsi “che al summit Nato (a Madrid a fine mese) gli alleati accorderanno un pacchetto completo di assistenza all’Ucraina” perché la guerra “è a un momento critico”.  Secondo Kiev alle forze armate ucraine servono, tra le armi pesanti, 1.000 obici, 500 carri armati e 1.000 droni; richieste destinate ad essere prontamente accolte.

Infatti il presidente Usa Joe Biden, dopo una telefonata a Zelensky, ha annunciato altri aiuti militari per un miliardo di dollari, che includono «ulteriori armamenti di artiglieria e di difesa costiera, nonché munizioni per l’artiglieria e sistemi missilistici avanzati”. Dopo la riunione del gruppo di contatto “Ramstein”, il capo di Stato maggiore Usa Mark Milley ha dichiarato: «L’avanzata russa in Ucraina si è trasformata in una “guerra di attrito” quasi come la Prima guerra mondiale.

Cosa vuol dire una “guerra d’attrito”? Il richiamo alla prima guerra mondiale fa emergere dalle nebbie del passato la dimensione di uno stallo fra eserciti potenti contrapposti che si consuma in una strage insensata e senza fine. Adesso che l’informazione sulla “guerra d’attrito” comincia a venire a galla, si scopre una dolorosa verità nascosta. Zelensky , infatti, non aveva mai indicato le proprie perdite fino a quando qualche giorno fa i giornalisti non l’hanno costretto a fornire i primi numeri, del tipo duecento morti e cinquecento feriti al giorno, cifra che è stata recentemente portata a una somma complessiva di mille, fra morti, feriti e mutilati. Gli ucraini stanno accusando perdite elevatissime, verosimilmente lo stesso tasso di vittime si sta verificando fra le forze russe. Proseguendo con questo ritmo in un mese ci saranno decine di migliaia di morti e feriti da entrambe le parti. Tutto questo secondo la NATO, cioè secondo USA e GB, deve proseguire fino alla “vittoria”.

La prima guerra mondiale dovrebbe averci insegnato che, a fronte di un conflitto così violento, spietato e prolungato nel tempo non esiste la “vittoria”. Non è un caso che le due armate si affrontino nel Donbass dove corre il confine etnico fra gli ucraini e la popolazione russofona. Ancora una volta, come nella prima guerra mondiale, si cerca di tracciare i confini con i coltelli.

Dobbiamo concludere che in questo scorcio di secolo smemorato abbiamo dimenticato i drammi del secolo appena trascorso e stiamo percorrendo gli stessi sentieri che ci hanno portato alla catastrofe?

L’unico antidoto a cui possiamo affidarci è di riscoprire la saggezza di coloro che  sono passati attraverso la tragedia di due guerre mondiali e ci hanno lasciato in dono l’aspettativa di un’umanità liberata per sempre dagli orrori della guerra. Non maledire questo nostro tempo è un canto, splendidamente interpretata dai Gufi,  con la quale i testimoni di un tempo passato ci consegnano la speranza di un tempo migliore e ci indicano la strada da seguire.

Non maledire questo nostro tempo/non invidiare chi nascerà domani/ chi potrà vivere in un mondo felice/ senza sporcarsi l’anima e le mani/ Noi siam vissuti come abbiam potuto/ negli anni oscuri, senza libertà/ siamo passati fra le forche ed i cannoni/ chiudendo gli occhi ed il cuore alla pietà/ Ma anche dopo il più freddo degli inverni/ ritorna sempre la dolce primavera/la nuova vita che comincia stamattina/ in queste mani sporche ha una bandiera/ Non siamo più né carne da cannone/ né voci vuote che gridano di sì/ a chi è caduto per la strada noi giuriamo/per i loro figli non sarà così. (..) Vogliamo un mondo senza patrie in armi/ senza confini tracciati coi coltelli/l’uomo ha due patrie una è la sua casa/ l’altra è il mondo e tutti siam fratelli.

E’ possibile che oggi, nel ventunesimo secolo, debba prevalere la coazione a ripetere e a ripercorrere gli stessi sentieri della prima guerra mondiale per tracciare di nuovo i confini con i coltelli?

di Domenico Gallo

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