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IDEE PER UNA SINISTRA CHE NON C’E’

La sinistra in Italia e anche il centrosinistra da oltre un decennio non c’è più. Quando fu fondato, nel 2007, scrissi il libro “Pensieri sul Partito Democratico”: Giuseppe Cantillo, un filosofo di valore, lo definì “un trattato di filosofia della storia e di teoria politica”. Oggi, sempre a proposito del PD, sarebbe il caso di scrivere un breve saggio dal titolo alla Fallaci: “Lettera a un partito mai nato”.

Alle elezioni politiche di settembre il PD va avendo di fatto come suo programma quello di rappresentare in Italia il capitalismo finanziario, che ha ridotto il pianeta a un deserto inquinato e gli uomini a macchine per il super sfruttamento. La sua politica estera è quella della NATO e non quella della pace nel mondo. Appetisce – incredibile dicto – all’alleanza con Calenda. È prevedibile che il centrodestra vincerà. Eppure, come afferma Ernst Bloch, non bisogna rinunziare al “principio speranza”. A mandare “messaggi nella bottiglia”. Servono? Non lo so. Ma, direbbe Marx: “dixit et servavi anima mea”. E, allora, dico che occorre elaborare un programma che innanzitutto si impegni, a livello nazionale e internazionale, per un radicale cambiamento in senso ecologico del modello di sviluppo, così da salvare il pianeta dalla catastrofe ambientale e l’umanità da quella della civiltà. Inoltre una sinistra o un centrosinistra credibile e riformatore non può non mirare a realizzare il superamento delle “due Italie” e il progetto del nostro Paese come polis democratica (Hannah Arendt), interculturale, multietnica, ossia qualcosa di più e di meglio della società aperta teorizzata da Popper; una società gilanicamente (alla Eisler) fondata sulla parità donna-uomo e sulla valorizzazione delle loro differenze, partecipata realmente ed incisivamente nell’esercizio del potere; una società che non rinunzi mai alla giustizia sociale. Una siffatta società ha come suo strumento principale uno stato di diritto autenticamente incarnante i valori della Costituzione, del tutto connotato come welfare-state e, diciamolo, non più mafioso e corrotto. Siamo, per dire l’ultima, a una sentenza della Corte d’Assise di Palermo che, in tremila pagine, ha sancito che trattare con la mafia non è reato ma quasi un’azione benemerita per gli alti funzionari delle forze dell’ordine e, con loro, per dell’Utri (dove c’è mafia c’è lui). Da questo consegue che Falcone e Borsellino e centinaia di magistrati e poliziotti, che hanno creduto nella legalità democratica per cui il crimine organizzato va combattuto e debellato, e per questo hanno dato la vita, sono morti inutilmente. Questi uomini e queste donne non sono eroi, tranne che per le ipocrite manifestazioni ufficiali di commemorazione, ma donne e uomini “infantilmente ingenui” direbbe Cristina Campo. Io, però, li ammiro, li amo e li rispetto. In loro ricordo scrissi, nel 2016 e, in queste settimane, ho riedito in forma ampliata “Eroi nel paese della mafia”, un libro che, presentandolo a Scafati, un filosofo insigne come Giuseppe Cacciatore e un politico cattolico eminente come Alfonso Andria molto elogiarono, definendolo un testo “da adottare e far studiare nelle scuole”. Eppure da allora ad oggi, in Irpinia, la mia terra, nessuna scuola, nessun amministratore, nessuna organizzazione culturale mi ha invitato e, presumo, mi inviterà a parlarne. Nulla quaestio. Ma, comunque, quel che per me davvero conta è che qualcosa, con una nuova grande battaglia ideale, morale e politica delle forze democratiche, laiche e cattoliche, cambi nel settembre che ci attende.

di Luigi Anzalone

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