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Alternanza si ma nel rispetto della democrazia

Il dibattito elettorale diviene ogni giorno più acceso in vista del voto del 25 settembre, è rimasta però una sorta di self-restraint che vieta di invocare l’antifascismo come dimensione di senso che dovrebbe orientare le scelte di voto del popolo italiano. Oggi si dà per acquisita la democrazia dell’alternanza, per mettere in evidenza che tutte le forze politiche sono legittimate a governare e che l’alternanza fra le diverse proposte e forze politiche è elemento fisiologico della democrazia.  Non c’è dubbio che sia così. Tuttavia la democrazia dell’alternanza può funzionare e svolgere un ruolo positivo solo se le forze politiche che assumono la responsabilità del governo mantengono fermo il rispetto per le istituzioni democratiche e non cercano di demolirle. Occorre cioè che le forze politiche contrapposte nella competizione per il Governo, condividano il medesimo spirito repubblicano, cosa che in Italia non si verifica.   Il paradosso dell’Italia è di avere una Costituzione scritta, partorita nel fuoco della Storia, che da oltre trent’anni è vissuta con insofferenza da molti settori dell’arco politico. Fino al punto che si è sviluppata quella che Giuseppe Dossetti ebbe a definire una “mitologia sostitutiva”. Vale a dire si imputano alla Costituzione quei problemi che la politica non riesce a risolvere, in questo modo si crea un mito che nasconde l’incapacità delle forze politiche di governo o di opposizione di indicare una prospettiva di sviluppo per la società italiana nel suo complesso e si scaricano i fallimenti della politica sulle istituzioni. Le Istituzioni nelle quali si incarna l’Ordinamento della Repubblica (Parlamento, Governo, Presidenza della Repubblica, magistratura indipendente, Corte Costituzionale, ordinamento delle Regioni e degli Enti locali) rappresentano la casa comune del popolo italiano. Le forze politiche incaricate della responsabilità del Governo del paese, sono gli inquilini di questa casa comune, hanno il dovere di amministrarla, possono abbellirla, ma alla fine la devono consegnare intatta a chi verrà dopo di loro. Questo non significa che non si possono fare delle riforme costituzionali e realizzare dei ritocchi alle mura dell’edificio comune. Tuttavia le modifiche della casa comune dovrebbero essere estremamente rispettose delle esigenze di tutti gli abitanti della casa, e quando imposte da una maggioranza politica, dovrebbe sempre essere consentito al popolo italiano di scegliere se approvarle o meno. Chi invoca la democrazia dell’alternanza, e se ne vuole avvalere, dovrebbe garantire che non demolirà la casa comune. Invece noi vediamo che nei programmi dei partiti politici gioca ancora un ruolo il tiro a bersaglio contro le Istituzioni democratiche. Non è venuta meno la spinta a cambiare i connotati della democrazia italiana. Anche in questa campagna elettorale vi sono forze politiche importanti (nello specifico il blocco di destra) che manifestano il proposito di sfasciare l’edificio istituzionale che ci ha consegnato  la Costituzione per sostituirlo con un altro ispirato ad una differente concezione, che si potrebbe definire di “democrazia illiberale”, di cui in Europa vediamo degli esempi nel modello ungherese ed in quello polacco. Tre sono le principali direttive di attacco, l’introduzione del “presidenzialismo, la “riforma della giustizia” e l’attuazione dell’Autonomia differenziata. Quando nel programma della destra si parla di introdurre il “Presidenzialismo” evidentemente si fa riferimento al modello del c.d. semipresidenzialismo vigente in Francia a cui si ispirava la riforma costituzionale proposta da Fratelli d’Italia. Introdurre un Presidente della Repubblica elettivo che diventa anche dominus del Governo, modifica profondamente in senso autoritario la forma di Governo perché elimina la più importante delle garanzie politiche che tengono in equilibrio il sistema dei pesi e contrappesi su cui si regge la democrazia politica. In Italia il ruolo del Presidente non è solo notarile, basti pensare al potere di emanare (o rifiutare) i decreti legge. Con un decreto legge si possono cancellare delle libertà costituzionali con effetto immediato, salvo l’intervento successivo ed eventuale della Corte costituzionale.  La sorveglianza di un organo esterno al Governo e da questo indipendente è indispensabile per impedire abusi. Si tratta di un freno d’emergenza che acquista grande valore nelle situazioni di crisi. La seconda direttiva di attacco al nostro modello istituzionale di democrazia è quella che attiene alle varie proposte di “riforma della giustizia”. Qui in realtà il programma della destra, più che illustrare le proprie proposte, le nasconde. L’interpretazione autentica di questo programma è quella che ci fornisce il candidato Ministro della Giustizia in pectore, l’ex magistrato Carlo Nordio, nel corso di varie interviste. Essa prevede la separazione delle carriere, la discrezionalità dell`azione penale, la riformulazione dei rapporti tra pubblico ministero e polizia giudiziaria, e non ultima la nomina governativa dei giudici e quella elettiva dei pubblici ministeri. Queste proposte comportano un sovvertimento totale delle norme della Costituzione che garantiscono la divisione dei poteri, assicurando l’indipendenza del controllo di legalità esercitato dalla magistratura nei confronti del potere politico ed economico. Infine l’attuazione dell’Autonomia differenziata secondo le proposte avanzate dalle Regioni leghiste, spezzerebbe l’unità della Repubblica e, creando una serie di repubblichette, aprirebbe una breccia nel principio supremo di eguaglianza di tutti i cittadini.  Quando delle forze politiche ci propongono modifiche di questa portata, in sostanza ci propongono di fare la pelle alla Costituzione e di demolire quelle Istituzioni che la Costituzione ha concepito per garantire le generazioni future dal ritorno di un passato autoritario che all’epoca tutti ripudiavano ed oggi alcuni vorrebbero far ritornare sotto mutate spoglie.

di Domenico Gallo

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