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A due anni dalla scomparsa Avellino ricorda Gennaro Bellizzi. Oggi una cerimonia alla chiesa di San Ciro

Si spegneva due anni fa, il 28 ottobre del 2021, Gennaro Bellizzi, professionista di altissimo valore, primario del reparto di cardiologia del presidio ospedaliero Frangipane di Ariano, di cui era stato anche direttore sanitario, animato da una grande passione politica e da impegno civile, appassionato sportivo, profondamente legato al mondo del basket. Ex assessore al Comune di Avellino e ex giocatore di basket era un medico sempre attento alle esigenze dei pazienti, proiettato nel futuro, radicato sul territorio. Era un animo nobile, aperto, generoso, attivo nell’associazionismo – uno dei fondatori di Controvento, progetto nata dalla volontà di restituire un futuro alla città – intellettuale sul cammino neocatecumenale, cresciuto nel fermento culturale e spirituale del gruppo della chiesa di San Ciro, amico di don Michele Grella, di cui ammirava la tensione verso l’azione sociale e politica. Bellizzi sognava una Irpinia e una città migliore. Più volte aveva ribadito l’assenza di un progetto di sviluppo per la città di Avellino. Non ha dubbi Franco Festa nel ricodarlo “Non bastano le lacrime. Gennaro era uomo di verità,di giustizia,di coerenza, di carità. Solo se uniformiamo a questo la nostra vita possiamo continuare ad essergli davvero fedeli”. “Gennaro un campione di altruismo e generosità – ricorda Armida Tino – Sono persone la cui memoria non può essere cancellata perché rappresentano ciò che però latini era exemplum”

“Mai un passo in avanti. Sempre discreto – così lo ricordava Gianni Festa all’indomani della scomparsa – Dietro quel sorriso accennato una immensa storia di vita vissuta all’insegna del rigore e della coerenza. La famiglia prima di tutto. Sempre il senso del dovere in primo piano, accompagnato da rinunce per preservare l’onestà, difendendo i valori etici e schivando ogni tipo di compromesso….Ho sempre apprezzato la mitezza di Gennaro, la sua capacità di dialogo, la costante ricerca del confronto.”.

A guidarlo la fede che era motore del quotidiano, nel segno dell’esempio di don Michele Grella “Entravo raramente in quella chiesa – aveva ricordato lo stesso Bellizzi nel volume dedicato a Don Michele Grella – giusto a Natale e a Pasqua, quasi sempre costretto dai miei genitori; qualche volta vi giungevo per chiedere al Signore qualche favore spesso banalissimo. Mi ricordo, per esempio, che vi andai domenica mattina, nel giugno del 1970 (avevo 12 anni) e pregai perché la sera l’Italia battesse il Brasile e vincesse il mondiale di calcio: finì malissimo e questo mi mise parecchio in collera con il Padreterno. Di don Michele sentivo parlare spesso come di un prete sovversivo e di quella parrocchia e del suo piano interrato, come di un luogo in cui si annidava la contestazione (termine espresso con un misto di timore e disprezzo dai benpensanti), che in quegli anni si era sviluppata anche ad Avellino la sequela di quanto cominciato in Francia nei mesi prima. Don Michele, in realtà, in maniera profetica stava guardando al Concilio, alle parole di Giovanni XXIII, il suo Papa, che voleva un vangelo portato a tutti, fatto comprendere al mondo intero, non più tenuto proprietà di una élite. In quella Jaguar c’era la chiamata mia e di mia moglie a una esperienza che avrebbe be segnato profondamente la nostra vita, una chiamata compiutasi nella sera di novembre dell’83”.

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