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A “sproposito” della parola democrazia

 

“Nessuno è chiamato a scegliere tra l’essere in Europa o nel Mediterraneo, poiché l’Europa intera è nel Mediterraneo”. Potrebbero essere parole pronunciate in queste ore visto quello che sta accadendo con i tanti migranti e con la drammatica situazione in Libia ed invece sono state pronunciate da Aldo Moro il 6 dicembre del 1973 al Senato quando lo statista democristiano era ministro degli Esteri. L’Europa lo ha ricordato nei giorni scorsi intitolandogli una sala del Parlamento di Bruxelles. Il Presidente Schulz guarda a Moro, al suo rispetto per il pluralismo, alla ricerca del dialogo, alla sintesi politica, al rafforzamento delle istituzioni come ad una eredità che ci viene lasciata e che occorre difendere in questo periodo di grande difficoltà per il progetto europeo. Un sogno immaginato da Altiero Spinelli nell’isola di Ventotene in pieno conflitto mondiale e ripreso a guerra finita da tre grandi statisti cattolici: il tedesco Adenauer, il francese Schumann e l’italiano Alcide De Gasperi. E’ proprio seguendo l’esempio degasperiano che Moro va oltre e vede l’Europa come una unione solidale e non indifferente. Per usare le sue stesse parole egli non considerava la comunità europea un traguardo ma un punto di partenza per l’unità politica, sociale e culturale dell’Europa. E questa visione lo porta ad immaginare la riforma del parlamento europeo da eleggere a suffragio universale. Un’intuizione nata nel 1975 quando l’Italia di Moro assume il semestre di presidenza della comunità europea. Moro non vedrà il momento di quella elezione che si tiene nel giugno del 1979. Dopo essere stato rapito il 16 marzo muore assassinato dalle Brigate Rosse il 9 maggio del ’78. Il Capo dello Stato Sergio Mattarella definisce quella barbara fine una delle ferite più dolorose e laceranti della storia repubblicana sulla quale è ancora necessario diradare zone d’ombra. Quel trauma incise profondamente sulla vicenda nazionale, cambiandone il corso stesso. Dunque ricordare oggi Moro è un omaggio ad una personalità che vedeva l’attività politica come un processo in cui il futuro era sempre aperto. Una differenza abissale rispetto al periodo di instabilità permanente che stiamo vivendo. Nessuno dei protagonisti in campo riesce a riannodare i fili di un rapporto sempre più slabbrato tra partiti e opinione pubblica. Anche il partito più simile a quelli del passato, il PD, è oggi avvitato dentro una crisi interna ed esterna. Come ha scritto l’ex direttore di Repubblica Ezio Mauro “quello che nella fase di nobiltà della politica si chiamava il processo di selezione delle élites è avvenuto per anni dentro un procedimento interno ai singoli partiti dove le diverse componenti (maggioranza, minoranza, centro, periferia) si confrontavano e si controllavano indicando alla fine il candidato che rispondeva nello stesso tempo alla rappresentanza del potere interno e alla speranza di vincere all’esterno. Gli scandali politici, la consumazione delle storie e delle tradizioni novecentesche, l’atrofia dei gruppi dirigenti, la disaffezione dei cittadini hanno convinto il Pd, per una scelta veltroniana, a sposare il meccanismo delle primarie trasferendo la scelta dei candidati di spicco ai cittadini, o almeno consegnando loro il sigillo della selezione finale su un parterre di vertice: con gli anni, le primarie sono anzi diventate l’unica religione ufficialmente accettata e universalmente praticata in un partito per il resto miscredente, senza nessuna fede riconoscibile e riconosciuta”. La scelta insomma si è trasferita e il partito ha perduto il potere della decisione. Come avrebbe detto Moro però di democrazia si può anche morire quando nei cittadini dovessero venir meno la coscienza morale e la cultura della legalità. Una lezione ancora più attuale oggi quando troppe volte si cita a sproposito la parola democrazia che certamente non può essere ridotta ad un click sul web o a primarie carnevalesche.
edito dal Quotidiano del Sud

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