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Delitto di Garlasco, nello studio di Troncone una nuova ipotesi che proverebbe l’innocenza di Stasi. Il mistero del vaso indiano e la torbida messa in scena

Una revisione critica della scena del crimine relativa all’omicidio di Chiara Poggi (Garlasco, 2007), che parte dall’analisi di un reperto finora rimasto ai margini del dibattito giudiziario: un vaso metallico rinvenuto in una configurazione di equilibrio apparentemente impossibile. A proporla l’ingegnere Gerardo Troncone che ha voluto sottoporre il suo studio all’analisi della Procura di Avellino. Uno studio che non è passato inosservato se è vero che a contattarlo sono stati anche gli avvocati di Stasi. “Attraverso l’impiego di modelli di fisica computazionale e simulazioni stocastiche condotte con il supporto dell’intelligenza artificiale (IA) – spiega Troncone – è stata analizzata la dinamica di caduta di un solido di rotazione con massa simile, baricentro elevato e assenza di base d’appoggio piatta. I risultati della simulazione condotta su un campione di 1.000.000 di eventi di caduta mostrano una frequenza di arresto in posizione verticale (sul bordo del collo) compresa tra 10 e 50 casi.
Tale evidenza statistica, prossima allo zero termodinamico, suggerisce che la posizione del reperto non sia il risultato di un urto accidentale o di una caduta, bensì l’esito di una manipolazione volontaria della scena del crimine (messinscena). Lo studio integra questa evidenza fisica con una ricostruzione alternativa della dinamica lesiva e cronologica, ipotizzando il coinvolgimento di figure terze e l’impiego del vaso stesso come arma del
delitto”. Troncone chiarisce come “Il lavoro intende dimostrare come l’applicazione della meccanica dei corpi rigidi e del calcolo probabilistico possa offrire nuovi strumenti di indagine per il superamento di “verità giudiziarie” contrastanti con le leggi della fisica. Si è ipotizzata qui una ricostruzione dei fatti di quella tragica mattina del 13 agosto 2007, fondata su prove fisiche e sulla revisione scientifica di numerose anomalie investigative. Un’analisi della dinamica delle ferite occipitali — compatibili con la vera arma individuata sulla
scena — sposta il decesso di Chiara di circa un’ora da quella fissata nelle sentenze di condanna.
Viene analizzato il ruolo di figure la cui presenza sulla scena è supportata da prove schiaccianti e
di altre posizioni ancora nell’ombra, accomunate da una regia volta a “incastrare” Alberto.
Un viaggio nel cuore di un errore giudiziario, dove la verità di Alberto Stasi trova conferma nel
rigore della fisica e nella riapertura di scenari troppo a lungo ignorati”. “La probabilità – si legge nella ricostruzione di Troncone – che il “vaso indiano” si sia arrestato in quella posizione verticale per puro
caso è di 50 su un milione: un evento che la scienza definisce statisticamente irrilevante. Accettare la versione ufficiale significa credere a un “miracolo fisico” che sfida le leggi della gravità e della dinamica. La fisica ci dice che quel vaso non è caduto: è stato posato. E se il vaso è stato posato, l’intera scena del crimine è una messinscena”.

Troncone propone, sulla base dei dati delle analisi, una nuova ipotesi sull’assassinio di Chiara Poggi “Alle 9:12 sente aprire la porta di casa ed entrare qualcuno. Dev’essere uno di famiglia, dice fra sé e sé, giacché ha usato le chiavi per disinserire dall’esterno l’antifurto perimetrale, da lei stessa inserito verso l’una della sera prima, quando Alberto l’aveva salutata per tornarsene a casa. Passa un po’ di tempo, una manciata di minuti, il tempo che si concluda la trasmissione in TV, e Chiara si dirige in cucina. È sorpresa, e non poco, nel trovare proprio quei tre, insieme nella stanza: due ragazzi poco più che diciottenni e una ragazza più grande di età, dal fisico gracile, scarnificato.
C’è fumo di sigaretta dappertutto, cosa che a lei non aggrada. Proprio quei tre costituiscono la fonte dei brutti pensieri che la angosciano da qualche giorno: la scoperta di strane intrusioni sul suo PC, le insistenti voci su giri di coca cattiva, l’adesione a bande giovanili che praticano riti pseudo-satanici, la frequentazione con un
prete-santone che si divide fra sedute di esorcismo e adescamento di giovani per riceverne
prestazioni sessuali, sullo sfondo della pedofolia. (…) La discussione coi tre assume toni sempre più accesi, si passa ben presto a pesanti minacce, parte un primo schiaffo. Chiara esce dalla cucina di corsa, dirigendosi alla sua sinistra. Forse vuol tornare di sopra a chiudersi in camera, o telefonare a qualcuno per chiedere aiuto, o fuggire verso il garage e da qui all’esterno. Quale che sia la sua intenzione, non appena è fuori dalla porta è raggiunta da un violento calcio da parte della ragazza. Cade in avanti, ferendosi alle ginocchia, e va a sbattere nel portavasi in ferro battuto, mandandolo a incastrarsi fra la parete e l’alzata del primo scalino. La ragazza, in preda a furia incontrollata, si ritrova in mano il pesante vaso di ottone, lo afferra a due mani dalla parte della base arrotondata e monta sulla schiena di Chiara. Colpisce con forza inaudita una, due, tre volte col bordo affilato dell’imboccatura, fino a sfondare la parte occipitale del cranio, mentre il viso e la tempia destra della vittima si incastrano sempre più profondamente nell’intreccio di volute della parte superiore del del portavasi in ferro battuto. Il sangue inizia a colare copioso sul pavimento, il corpo sussulta negli spasimi dell’agonia. I tre se ne stanno per qualche minuto in silenzio, poi decidono di telefonare a qualcuno che possa dargli una mano. Forse è proprio qualcuno da fuori a sospingerli verso l’abominio: lasciare la ragazza a morire – prima si decide a farlo meglio è – e contemporaneamente mettere in piedi una scena che possa orientare verso un incidente domestico, in via subordinata a indirizzare i sospetti verso il colpevole più ovvio: colui che è stato l’ultimo a vedere Chiara viva e che a breve sarà quasi certamente il primo ad accorrere da quelle parti. Se proprio sarà necessario, in un modo o nell’altro qualcuno provvederà a “incastrare quel cretino” di Alberto Stasi. La ragazza che ha vibrato i colpi letali vien fatta uscire subito, ci penseranno i complici appostati là fuori a portarla via e a cucirle addosso un mezzo alibi. Nel chiuso della villa dell’orrore i due ragazzi, spostato il grande divano per fare spazio, sollevano Chiara, afferrandola chi per le ascelle e chi per le caviglie, e iniziano a trasportarla verso la zona più interna. Il tragico gruppo va a sbattere nel mobiletto d’appoggio del telefono, facendo venire giù tutto. Arriva poi davanti alla porta a libro che dà sulla scala che scende in cantina. Quello che sta davanti apre la porta e si infila nel budello ma, discesi i primi scalini, scivola maldestramente”.

“Per reggersi – scrive ancora Troncone – deve appoggiarsi col palmo sudato e insanguinato sulla parete e lasciare
Chiara, che inizia a scivolare verso il basso e si ferma sul terz’ultimo scalino dal fondo, dopo aver perso il piccolo turbante che, zeppo di sangue, aveva fino a quel momento continuato ad avvolgerle il capo. Scende a raccoglierlo, facendo bruscamente ruotare verso destra e contro il muro la testa di Chiara, dalla quale defluiscono copiosi materia cerebrale e sangue. In questo momento preciso Chiara cessa di vivere? Sono proprio le ore 10:18 ? È proprio la stessa ora in cui qualcuno sta fissando un ben preciso tassello nella vasta rete delle mistificazioni e dei depistaggi?”

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