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Se la crisi dell’estate fu aperta sulla spiaggia del Papeete al ritmo di una musica rock, era giusto che la crisi successiva, quella invernale, fosse annunciata dalle piste innevate dell’Asia centrale, poco sotto il tetto del mondo. Si badi bene, però: crisi annunciata in questo caso, non crisi aperta; e non è solo la stagione a fare la differenza, perché diversi sono i protagonisti delle due vicende, diversa la rispettiva consistenza politica, diverso anche il risultato che si propongono di raggiungere. Nel primo caso, a cavallo di Ferragosto, Matteo Salvini capo allora indiscusso del partito che nei sondaggi veniva accreditato della maggioranza relativa dei consensi, era smanioso di andare all’incasso, sfasciare il governo e portare l’Italia alle elezioni per uscirne con i “pieni poteri”. Si è visto poi com’è finita: il governo si è dimesso ma se n’è fatto un altro, con il Pd dentro e la Lega fuori; e subito dopo è iniziato il lento logoramento di Salvini, indebolito sul piano politico e insidiato su quello giudiziario.

La lezione impartita a Salvini deve avere consigliato all’altro Matteo, Renzi, di muoversi con maggior circospezione; e così la seconda crisi stagionale appena annunciata è stata subito messa nel congelatore. Ora si dice che verrà servita in tavola la prossima settimana, quando il premier andrà in Parlamento a presentare, con due mesi buoni di ritardo, la sua “agenda 2023”, e con quella mettere finalmente alle strette il discolo di Rignano e la sua combriccola di scalmanati parlamentari. Dati i precedenti, è consigliabile non azzardare previsioni, e intanto ragionare sul perché due colossi – il Pd e i Cinque Stelle – siano ancora costretti a ballare sulla musica suonata da un nano politico, oltretutto tacciato di demenza da alcuni suoi irriducibili avversari. Ultimamente anche Goffredo Bettini, che non si sa a nome di chi parla ma ogni tanto esprime oracoli come la Pizia, ha detto che non se ne può più: Matteo Renzi decida da che parte stare, altrimenti gli si farà vedere che il governo può fare a meno di lui.

Vedremo se, di ritorno da Bruxelles, il presidente del Consiglio tirerà fuori dalla pochette la carta vincente; ma se questo non è avvenuto finora un motivo ci deve pur essere. Azzardiamo un’ipotesi: non sarà che i due elefanti non suonano la stessa musica perché hanno due spartiti diversi? Fuor di metafora: come mai Pd e Cinque Stelle non riescono da tempo, nella quotidianità parlamentare, a realizzare quella stabilità che finora resta solo rivendicata ed esibita? Non può essere per esclusiva responsabilità di Matteo Renzi se su tutti i temi dell’agenda politica le riunioni di maggioranza sempre più affollate si risolvono regolarmente con un rinvio. Il sospetto è che non solo lui ma anche gli altri protagonisti della complicata partita a scacchi iniziata dopo la (felice) conclusione della crisi di agosto, coltivino progetti inconfessabili e che a tutti convenga tirare a campare: chi (i grillini) per riprendersi dalla scoppola delle europee e successive regionali, chi (Zingaretti) per impossessarsi pienamente di un partito in cui la componente postdemocristiana pretende di contare ancora, chi (Conte) per rendersi indispensabile in vista del Quirinale. Intanto Renzi continua a fare il discolo, e ogni tanto lancia pure finti bersagli, come il sindaco d’Italia: sa che il gioco potrebbe sfuggirgli di mano in qualsiasi momento, però si diverte.

 

di Guido Bossa

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