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Al di là del tempo e dello spazio, le proteste in Iran e il dibattito in Rete

di Virgilio Iandiorio

Scrivere per un giornale online è per me un arricchimento continuo. Non avrei mai immaginato che in pochi secondi si potesse essere in contatto, ci si potesse confrontare su di un argomento, approvare o discordare non solo con amici e conoscenti, ma anche con persone mai viste prima e che vivono in regioni lontanissime da noi. E’ quello che è accaduto ieri con la pubblicazione online delle mie considerazioni sugli eventi che stanno accadendo in Iran.

Una signora di origine iraniana mi ha suggerito di leggere il libro di Abdolhossein Zarrinkoub, Two Centuries of Silence (Due secoli di silenzio), edito in Iran nel 1957. Zarrinkoub affronta il problema della venuta in Iran degli Arabi nel VII sec. d. C. e della loro l’influenza sulla letteratura, la lingua, la cultura e la società della Persia (come era chiamato l’Iran fino al 1935) durante i due secoli successivi alla conquista islamica.

Le considerazioni sugli eventi odierni portano a considerare cose del nostro passato, su cui, forse, non ci saremmo mai soffermati. Come è avvenuto per il mio amico e collega Michele de Gaetano, che vive a Roma,

Caro Virgilio,

ho letto e riletto con molta attenzione le tue considerazioni e riflessioni sulla drammatica situazione in Iran. Ho apprezzato, come sempre, la profondità delle tue analisi, l’approccio storico nel considerare rivoluzioni  ideologiche e spesso sanguinarie e passaggi epocali.  Ho trovato anch’io molto significative le parole di chi ha vissuto o vive in Iran, come la scrittrice Azar Nafisi.

Le parole della scrittrice da te ammirevolmente condivise, mi hanno portato a fare un salto indietro nel tempo, (come ora spesso mi accade) di oltre 60 anni. Da alunno quasi modello della scuola elementare, mi accorsi di amare molto la Storia. Solo più tardi mi trovai ad apprezzare quanto Gramsci aveva scritto nella celebre lettera a suo figlio Delio:

“Carissimo Delio, mi sento un po’ stanco e non posso scriverti molto. Tu scrivimi sempre e di tutto ciò che ti interessa nella scuola. Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi non può non piacerti più di ogni altra cosa. Ma è così? Ti abbraccio. Antonio” [A. Gramsci, lettera dal carcere al figlio Delio, 1937]

“La Storia non può non piacerti più di ogni altra cosa. Ma è così ?”

Certo che era così.  In quinta elementare, in vista degli Esami d’Ammissione, avevo approfondito da accanito risorgimentale, tutte le vicende che portarono all’Unità d’Italia, ricordando con entusiasmo tutte le tappe (comprese le soste) della Spedizione dei Mille e in egual modo avevo ammirato le capacità diplomatiche di Cavour nel decennio di preparazione, dalla spedizione in Crimea agli accordi di Plombieres. Insomma una ammirazione quasi fideistica del nostro Risorgimento. Nel 1961, proprio nell’anno del Centenario, o forse nei primi mesi del ’62 ebbi occasione di vedere il film  W L’ ITALIA di Roberto Rossellini. Con grande stupore e poi con forte disappunto, mi accorsi per la prima volta che i soldati borbonici parlavano  in napoletano e che, quindi, non si era combattuta una battaglia di libertà contro gli austriaci o addirittura  i tedeschi, come in quinta elementare il maestro ci aveva raccontato. Forse il maestro si era espresso male, certamente io avevo equivocato, in considerazione che la regina  Maria Sofia era sorella minore dell’imperatrice Sissi ed era nata a Monaco di Baviera. Certo, da quel momento mi accorsi che la Storia bisogna saperla leggere, saperla conoscere, e saperla raccontare.

Io non riuscii più a capacitarmi dal momento che quei soldati borbonici parlavano come mio padre,      come le mie zie e le cugine grandi di Napoli.

Tuo Michele

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