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Aree interne: la realtà è un osso duro

Se Raimo guarda i paesi e vede quello che vuole vedere, Arminio corre il rischio opposto: racconta quello che vorrebbe vedere

– di Pellegrino Palmieri“-

La polemica sulle aree interne sembra essersi ridotta a un confronto tra uno che probabilmente è entrato nel bar sbagliato e un altro che pensa che basti la giusta narrazione per risolvere i problemi.

Christian Raimo attraversa qualche piccolo centro, entra in qualche bar e ne ricava un’immagine fatta di razzismo, maschilismo, alcolismo e arretratezza culturale.

Franco Arminio, dall’altra parte, continua a raccontarci il paese come luogo dell’anima, della lentezza, della comunità, dell’identità, costruendoci intorno una narrazione che spesso finisce per assumere contorni fiabeschi. Sono due banalizzazioni opposte dello stesso problema. Raimo probabilmente non conosce abbastanza le aree interne. Arminio certamente le conosce, ma le racconta attraverso lo sguardo del paesologo. E questo sguardo può diventare fuorviante quando confonde il racconto con la vita vera delle persone.

La realtà è un osso duro. Perché vivere nelle aree interne ha molto poco di poetico. Fare lo scrittore, il poeta, l’intellettuale, collaborare con grandi giornali, partecipare a festival e presentazioni significa avere la possibilità di spostarsi, attraversare città, incontrare persone, frequentare ambienti diversi. Si può allora tornare al paese e apprezzarne il silenzio, il paesaggio, la lentezza, persino l’isolamento.

Ma proviamo a guardare quello stesso paese incantato con gli occhi di chi non può andarsene il lunedì mattina. Con gli occhi di un operaio che deve raggiungere ogni giorno il posto di lavoro, di una donna anziana che deve sottoporsi a una visita specialistica, di una madre che deve accompagnare un figlio a scuola, di un ragazzo che vorrebbe frequentare l’università, di una famiglia che non dispone di due automobili, di un artigiano che deve spedire la propria merce, di un imprenditore che cerca personale qualificato.

La poesia finisce abbastanza rapidamente. Rimangono le distanze, gli autobus che non passano, gli ospedali lontani, le scuole che chiudono, le opportunità di lavoro ridotte, le attività commerciali che scompaiono, i giovani che partono e gli anziani che, sempre più spesso, partono insieme ai giovani. Questa è la parte meno raccontata delle aree interne: la durezza.

Una durezza che non è soltanto economica, ma è fatta dalla somma di piccoli e grandi svantaggi quotidiani che, messi insieme, determinano la qualità della vita. Tra il 2002 e il 2021 l’Alta Irpinia ha perso il 15,7 per cento della propria popolazione. Nel 2024 l’età media della provincia di Avellino ha raggiunto i 46,9 anni, tra le più alte della Campania. Non stiamo discutendo di una suggestione letteraria, ma di un territorio che progressivamente perde abitanti, giovani e forza lavoro. Razzismo, omofobia, sessismo e intolleranza esistono nei nostri paesi. Ci mancherebbe.

Ma esistono anche nei condomini di Milano, nelle periferie romane, negli uffici, nelle università, negli stadi e nei locali delle grandi città. Attribuirli quasi antropologicamente alle aree interne significa prendere alcuni comportamenti reali e trasformare il luogo nel quale vengono osservati nella loro spiegazione. Il bar di paese, per chi quei paesi li conosce davvero, è stato qualcosa di molto più complesso. Per decenni è stato una sorta di centro del mondo. Ci sono passati intellettuali, operai, contadini.

Ad Avella, che area interna non è ma che ha i suoi bar come tutti i piccoli centri irpini, il bar Pasquino è stato per anni qualcosa di più di un bar. Per almeno un decennio lo frequentò assiduamente un grandissimo scrittore, Nicola Pugliese, e quel luogo finì per diventare uno dei centri culturali del paese. Ancora oggi quell’esperienza rimane un punto di riferimento nella memoria collettiva.

Forse Raimo è semplicemente entrato nel bar sbagliato. O forse è entrato nel bar giusto guardando soltanto quello che confermava lo stereotipo.

Ma se Raimo guarda i paesi e vede quello che vuole vedere, Arminio corre il rischio opposto: racconta quello che vorrebbe vedere. E questo limite emerge anche in una parte delle trenta proposte avanzate da Arminio. Accanto ad alcune idee interessanti c’è una quantità di trasferimenti e contributi: ai bambini residenti, a chi ritorna, agli orti, agli artisti, ai pensionati.

Ma una comunità non può vivere permanentemente sotto anestesia. Possiamo dare 9.000 euro all’anno per cinque anni a un giovane perché torni in Alta Irpinia, ma il problema rimane: che cosa succede il sesto anno? Preferirei utilizzare quelle risorse per creare le condizioni affinché quel giovane possa guadagnarne 30.000 o 40.000 lavorando in Alta Irpinia. È questa la differenza tra assistenza e sviluppo. Non bisogna finanziare la permanenza, bisogna finanziare le condizioni che la rendono possibile. E queste condizioni hanno due nomi poco poetici: reddito e servizi. Il problema è che manca una visione.

La politica ha sprecato decenni proponendo soluzioni clientelari, evitando di immaginare un orizzonte possibile di sviluppo.

Non possiamo lamentarci dello spopolamento e contemporaneamente disperdere denaro pubblico in iniziative che non modificano di un millimetro la struttura economica dei territori.

Su questo la Regione Campania dovrebbe cambiare radicalmente strada. Con una sanità in difficoltà, trasporti insufficienti, scuole che si svuotano e territori che perdono popolazione, non spenderei un centesimo di denaro pubblico per attività ludico-ricreative prive di una ricaduta stabile e verificabile, rivendicando il primato del turismo e della cultura. Non ho nulla contro le sagre e le feste patronali. Fanno parte della nostra storia. Ma una cosa è una festa, un’altra è una politica di sviluppo.

Il problema non è la sagra della castagna. Il problema è quando la sagra della castagna diventa la politica economica per la castagna. Se dietro quella manifestazione ci sono aziende agricole, trasformazione, confezionamento, distribuzione, ristorazione e ricettività, allora la castagna diventa economia. Se invece spendiamo decine di migliaia di euro, montiamo il palco, facciamo il concerto e il lunedì mattina tutto torna esattamente come prima, abbiamo fatto una festa. Non sviluppo.

E l’Irpinia non può diventare una provincia di sagre. La domanda da fare davanti a ogni finanziamento pubblico dovrebbe essere semplicissima: quando saranno spente le luci, che cosa rimarrà?

Se non rimane un’impresa, un posto di lavoro, un servizio, una competenza o qualcosa capace di produrre valore nel tempo, quei soldi devono andare altrove. Perché l’Irpinia ha risorse enormi, ma continuiamo troppo spesso a raccontarle invece di trasformarle in economia.

L’agricoltura di qualità deve diventare anche trasformazione, marchi e distribuzione. Il patrimonio ambientale e gastronomico deve diventare un turismo organizzato e professionale. E accanto a tutto questo serve manifattura: piccole imprese specializzate nella meccanica di precisione, nella componentistica, nel tessile, nell’artigianato evoluto e nell’agroalimentare. Arturo Bonito ha ricordato opportunamente che l’Irpinia non è stata soltanto paesi, campanili e tratturi: è stata anche fabbriche, operai, produzione e lavoro. Non dobbiamo vivere nella nostalgia dell’industria che abbiamo perduto, ma domandarci quale industria possiamo costruire oggi. Non serve aspettare un’altra FIAT.

* riferimento pd di Radici e Futuro

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